Le vespe

22 Maggio Mag 2012 2333 22 maggio 2012

E in Usa il killer si studia all'università

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Criminal minds, anzi Criminal gurus. Tutto può accadere in quest’epoca di sballo planetario. Perfino che un terrorista fai da te, un lupo solitario come Breivik o l’attentatore di Tolosa (ancora non sappiamo se si possa classificare tale l’ignoto killer di Brindisi) diventi oggetto di studio e di dibattito intellettuale. È il caso di Ted  Kaczynski (nella foto), meglio noto come Unabomber, un tipo originale che aveva il vizietto di spedire pacchi bomba ai professori delle università americane e in questo modo, in vent’anni di onorata carriera, uccise tre persone e ne ferì altre ventitré. Nel settembre del 1995, prima di venire assicurato alla giustizia e rinchiuso in una prigione di massima sicurezza in Colorado, dove risiede tuttora, Kaczynski ebbe il tempo di esporre in un manifesto di 35 mila parole le motivazioni della sua notevole impresa criminale. La tecnologia moderna – spiegava in quelle pagine Unabomber – restringe la libertà, distrugge l’ambiente e provoca indicibili sofferenze. L’umanità è a un bivio: o ritorna a una forma di vita più felice e primitiva, o si avvia alla catastrofe. Tesi suggestive, condivise del resto da schiere di ambientalisti radicali in tutto il mondo. Ma che non giustificano l’invio di buste esplosive.

Il testo fu pubblicato integralmente dal Washington Post e dal New York Times: deliri di un misantropo fuori di testa, frustrato dagli insuccessi accademici, fu il giudizio di tutti. O meglio: tutti, a eccezione di un oscuro professore di filosofia dell’Università del Michigan, tale David Skrbina. Lui rimane così colpito dalla profondità del ragionamento, dalla chiarezza di linguaggio, dai riferimenti ai classici del pensiero, da Platone a Heidegger, sfoggiati nel manifesto, che si persuade di essere al cospetto di un genio diventato assassino a sua insaputa. E sente l’urgenza di aprire un dialogo. Nel novembre 2003 gli scrive una mail chiedendo chiarimenti su alcuni specifici punti, il detenuto risponde, e comincia così un fitto carteggio (siamo arrivati a 150 lettere) sfociato in un vero e proprio sodalizio intellettuale.  Di Kaczynski il professore del Michigan è oggi il discepolo più fervente: ha curato una raccolta delle sue opere, uscita nel 2010 col titolo Technological Slavery (Schiavitù Tecnologica), e sulla scorta di quelle pagine immortali impartisce lezioni agli studenti di filosofia. Supponiamo che li interroghi pure, e li bocci se non hanno studiato abbastanza. Se la cosa vi incuriosisce, leggete cosa racconta Jeffrey Young in un lungo reportage per la rivista “The Chronicle of Higher Education” (http://chronicle.com/article/The-Unabombers-Pen-Pal/131892/). Succede anche questo, nelle università americane. Che qualche anima bella scambi per maitre à penser uno che è soltanto maitre à tuer. Maestro per uccidere.

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