Le vespe

18 Giugno Giu 2012 1807 18 giugno 2012

I limiti del "Felicismo", la scienza della felicità

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Happyism. Come tradurlo: “Felicismo”?  E’ il nuovo “ismo” che lancia, in un fluviale e sfavillante articolo sulla rivista americana "The New Republic" (http://www.tnr.com/article/politics/magazine/103952/happyism-deirdre-mccloskey-economics-happiness) la storica dell’economia Deirdre McCloskey. Ve lo propongo, perché è stato il mio #BestRead, la lettura che mi ha fatto più riflettere in questa settimana di ambasce per i traballanti destini dell’eurozona.  Happyism: un modo ironico di ribattezzare la rivoluzionaria branca del sapere, a cavallo tra psicologia e scienza economica, che si propone di misurare la felicità. Disciplina che vanta già almeno un premio Nobel, Daniel Kahneman (nella foto), e adepti sempre più entusiasti nelle università di tutto il mondo. I “felicisti”, spiega McCloskey, non si limitano a calcolare la soddisfazione in termini monetari, come facevano, sulla scia di Jeremy Bentham,  gli utilitaristi dell’Ottocento. No. Hanno messo a punto un vero e proprio indicatore della felicità, chiedendo a ciascuno di noi di autocollocarsi, rispetto alle varie situazioni,  su una scala da 1 a 3. “Non troppo felice” , “Abbastanza felice” “Molto felice”.  Da 1 a 3, siete più felici se la Grecia resta nell’euro o se l’Italia vince gli europei? Vi dà più piacere un Cheeseburger o un trio di Schubert? L’ultimo Philip Roth o una scorpacciata a Eataly?  Ma non contenti di appiopparci questa specie di patente a punti del benessere, questo termometro della goduria, i “felicisti” (alcuni dei  quali si sono insediati anche nell'entourage di Obama) pretendono di forgiare gli attrezzi di una nuova ingegneria sociale, che punta a massimizzare la felicità collettiva. Col rischio, per la ben nota eterogenesi dei fini, di renderci magari tutti un po’ più infelici.

La storica americana stronca anche le banalità politicamente corrette contro il consumismo della moderna società occidentale, “la civiltà più mostruosamente egoistica” che la storia ricordi. In realtà l’industrializzazione ci ha dato l’opportunità di coltivare noi stessi, di elevare le nostre aspettative, la nostra cultura, la salute e la dignità personale. E vari indagini dimostrano che l’attaccamento ai beni materiali è più forte proprio nei popoli a più basso reddito. Essere passati, come è avvenuto in Europa e in America,  da un reddito medio di 3 dollari al giorno a uno di 125 nell’arco di un paio di secoli, fa la differenza anche in termini di felicità individuale e sociale.  E come ironizza l’economista femminista Nancy Folbre, la visione romantica della società pre-industriale come una grande famiglia felice dimentica che “a comandare, in quella famiglia, di solito era il Grande Papà”. Ma sentite come conclude McCloskey: “Non abbiamo bisogno di più hedonomics o utilonomics o freakonomics. Abbiamo bisogno di Humanomics”. Altro neologismo da appuntarci. Una scienza economica dal volto umano, quella che manca ai signori del Rating e del Fiscal Compact.

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