Le vespe

14 Agosto Ago 2012 1309 14 agosto 2012

Preferisco Orbetello a Villa Certosa

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Caro direttore, ho letto il tuo editoriale sulle vacanze di Gianfranco Fini, e condivido lo sconcerto per quegli 80 mila euro di denaro pubblico devoluti ai pernottamenti della scorta, proprio nell’estate dell’Ilva e della spending review. Trovo anch’io imbarazzante l’invocato scudo protettivo della legge e credo che il presidente della Camera (delle cui doti di politico e statista abbiamo già avuto ragione di dubitare in altre occasioni) avrebbe fatto meglio a requisire una caserma per la bisogna. Punto e a capo. Però, scusami, la mia consonanza si ferma qui.

Ieri sera guardavo su "la 7" il magnifico Videocracy di Erik Gandini e a tratti mi sembrava di rivedere un vecchio film Luce sui fasti del ventennio:  non solo per le suonerie nostalgiche del cellulare di Lele Mora, con le effigi del Duce e le note di Faccetta Nera, ma soprattutto perché quelle immagini, quei siparietti tivù, quelle coorti di veline e meteorine, quelle labbra siliconate, quei muscoli tatuati, quei panfili e tutta quella ostentata cafoneria, benché risalenti a solo pochi anni fa (il film è del 2009), sembrano consegnate a un remoto e indecente passato di cui troppo spesso, mi pare, tendiamo a dimenticarci. Saranno le ansie quotidiane per lo spread, l’Imu da pagare, le fabbriche che chiudono, le angherie di Equitalia e il pieno di benzina che costa sempre più caro: fatto sta che il presente ci sembra di gran lunga l’incubo peggiore che abbiamo mai attraversato. Complici i media (in primis quelli legati al proprietario di Villa Certosa) che ci vomitano addosso ogni giorno una carrettata di cattive notizie. Beh, contro questa sindrome da eurodelirio, un documentario come Videocracy è un antidoto efficacissimo, meglio del Prozac o di un buon farmaco per la memoria. Ci ricorda a cosa siamo (forse) scampati, e a quali altri orrori avremmo dovuto assistere, perfino in questa estate di crisi, se l’arbitro Napolitano non avesse tirato fuori il cartellino rosso. Da Fabrizio Corona a Lele Mora, molti dei protagonisti del film sono finiti sotto processo o in galera per reati di non poco conto. Ma quel ripugnante sottobosco che ruotava intorno a loro, quel mondo di ricatti, di droga, di favoritismi, di carriere politiche costruite sul sesso o sul nulla, di arricchimenti fulminei, di sfacciata e orgogliosa evasione fiscale, non ha ancora pagato fino in fondo il prezzo che avrebbe dovuto pagare al paese. Perché le mani in tasca agli italiani, quella gente le ha messe eccome. E se ne vanta pure, per bocca di Corona che si autodefinisce un Robin Hood moderno,  che ruba ai ricchi per dare a se stesso. Magari fossero stati solo i ricchi, a essere derubati. Per quasi due decenni tutti noi, lavoratori impiegati ceti medi, abbiamo subito un gigantesco prelievo occulto, non solo in termini di redditi sottratti al fisco e di prezzi gonfiati da negozianti, ristoratori e altre categorie vezzeggiate dal centrodestra, ma prelievo di legalità, di intelligenza, di cultura e di futuro a danno delle nuove generazioni, abbindolate dai lustrini e dai riflettori del Grande Fratello, umiliate e private di ogni prospettiva meritocratica nella ricerca, nell’università, nelle professioni e nelle imprese.

Le ribalderie dei potenti di ieri non legittimano, ovviamente, gli sprechi di quelli di oggi. Ma fa un po’ specie vedere i Belpietro (che non ricordo aver mai alzato un ditino in passato, se non per difendere i burlesque di Arcore) scaldarsi per gli 80 mila euro della scorta di Fini a Orbetello (che non è la Costa Smeralda), o peggio per i sei giorni di Mario Monti a Silvaplana (in un appartamento d’affitto, come un ragioniere di Sondrio).

Come operatori dell’informazione, non possiamo né dobbiamo abbassare la guardia contro gli sperperi e gli abusi della casta. Ma non prestiamoci alle manovre diversive dei nostalgici dell’ancien régime, e di una casta arraffona prosperata troppo a lungo all’ombra della Videocrazia, e che con tanta solerzia si è prodigata per affondare l’Italia.

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