Le vespe

20 Agosto Ago 2012 1705 20 agosto 2012

L'amore a sessant'anni, ultimo tabù

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Da qualche tempo non avevo notizie di Paolo Conti, un collega che stimo e a cui voglio bene. Le ho avute stamane, dalla prima pagina del Corriere della Sera, e devo dire che mi hanno un po’ addolorato: “Non mi voglio innamorare – confessa Paolo ai lettori del suo giornale – 58 anni sono troppi. Lascio volentieri questa prospettiva alle ragazze e ai ragazzi che potrebbero essere miei figli, al pianeta di Moccia e agli sciagurati lucchetti di Ponte Milvio”. Gli adulti o pensionati che si innamorano, sostiene Conti, diventano “ridicole parodie dei se stessi di trent’anni prima”.

Beh, mi dispiace molto per te, caro Paolo. Perché l’amore sarà pure “una trappola crudele e spietata”, ma senza quella trappola la nostra vita si riduce a ben misera cosa. Certo se hai in mente i tycoon che rifiutano di invecchiare, il Soros che si risposa a ottantadue anni, il miliardario convinto di potersi comprare tutto, un cuore nuovo, un corpo nuovo, una moglie nuova, o magari l’immortalità, non posso darti torto. Nessuno, forse nemmeno gli interessati, credono seriamente che una bella trentenne possa legarsi per amore a un nababbo imbottito di Viagra.  Ma non bisogna guardare la realtà “sub specie Vip”. Queste cose accadono anche tra i Nip, le persone meno illustri e meno abbienti. E per ragioni a volte un tantino più complicate. Invece di fare di ogni erba un fascio, sarebbe meglio analizzare caso per caso. Perché se vogliamo, la peggiore parodia, o falsificazione, di noi stessi è proprio quella più diffusamente praticata da uomini e donne di tutte le età: la negazione della nostra sfera emotiva, la sordità ai segnali del cuore.
Innamorarsi a sessant’anni potrà qualche volta esporti al ridicolo, ma richiede una certa dose di coraggio. Dirò un’enormità che mi potrebbe costare la gogna: per certi aspetti e in certi ambienti, è più facile dichiararsi gay. Va molto nei salotti radical chic, è politicamente corretto,  le signore bene ti vezzeggiano, ti invitano a cena col compagno di turno. Il vero tabù è lasciare la moglie per una donna più giovane. Questo genere di coming out non è ammesso neppure negli ambienti più laici, neppure nei circoli di “Libertà e Giustizia” o tra gli atei militanti, neppure tra i mangiapreti amici di Flores d’Arcais. Perché se lo fai, sparigli le carte e rovini la piazza a tutti:  signore e signori. Le signore, che temono il contagio del cattivo esempio sui rispettivi mariti. I signori, perché proietti su di loro un alone di legittimo sospetto, li condanni a una sorta di 41 bis coniugale, al regime del carcere duro, da non poter più mettere il naso fuori casa senza l'occhiuta vigilanza della moglie e previa bonifica degli ambienti, con evacuazione dal circondario di tutte le “under 40” appena passabili. Gente che nel Sessantotto e dintorni, credendo imminente la rivoluzione, non si è fatta mancare nulla, rapporti a tre e quattro, comuni, ammucchiate, orge, scambismo e sesso estremo, coppie immarcescibili che hanno continuato per decenni a navigare in mezzo a flotte di amanti di lei e di lui, che hanno concepito figli fuori dal matrimonio, che addirittura alternano coniuge e fidanzato/a nelle occasioni pubbliche, ti squadrano col sopracciglio aggrottato, vedono in te la pietra dello scandalo, l’appestato da isolare. Odiano essere disturbati nella loro confortevole infelicità, nel loro sereno doppiogiochismo. Specialmente i maschi, poi, tremano all’idea di perdere lo scudo protettivo di mogli-madri che gli organizzano la vita, di essere lasciati là fuori al freddo a cucinarsi da soli un uovo al paletto.

Ci sono naturalmente anche i matrimoni felici, che resistono alle traversie e all’usura del tempo. Ma sono fiori rarissimi. La storia che ci racconta Meryl Streep in Hope Springs non è che una bella favola hollywoodiana. Quelli che non ce la fanno, e sono tanti, vanno rispettati e capiti.  Non sono affatto ridicoli, soprattutto se non hanno i miliardi o il potere e la loro compagna è una donna seria e disinteressata. Ridicoli, caro Paolo,  sono come tu dici i capelli tinti, le labbra o le tette finte, non gli amori autentici a qualunque età. E la vera parodia, la versione burlesque di un sessanta-settantenne è il sesso compulsivo e mercificato, la via Olgettina alla senescenza, quella degenerazione patologica a noi tristemente nota per cui oggi l’amica Santanchè consiglia al capo il matrimonio quale “remedium concupiscentiae”.

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