Le vespe

2 Novembre Nov 2012 1954 02 novembre 2012

San Tommaso e Hobbes contro i partiti

  • ...

Se odiate i partiti in quanto tali, se attribuite loro, e alla casta che vi si annida, tutti i vostri guai – tasse, disoccupazione, precarietà, inquinamento, difficoltà di parcheggio, raffreddore, mal di schiena e tradimenti del coniuge – probabilmente avete torto. Ma di sicuro siete in buona compagnia. Il filosofo inglese Thomas Hobbes, per esempio, considerava i partiti un pericoloso “stato nello stato” e esortava i governi a “scioglierli e disperderli”, Saint-Just diceva che “ogni partito è criminale perché divide la cittadinanza”, e perfino uno dei padri della Costituzione americana, James Madison invocava regole e meccanismi che contrastassero la “violenza devastatrice” delle fazioni. Di questi e altri lontani progenitori dell’attuale ondata antipartitica parla Piero Ignazi nel suo nuovo libro, Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (Laterza). I partiti, ricorda Ignazi, ci hanno messo secoli per farsi accettare, per insediarsi al centro del sistema democratico, e ora anche dove non crollano sotto i colpi degli scandali, sono comunque vittime di una crescente sfiducia da parte degli elettori. Forse perché, per riprendere la distinzione che faceva a suo tempo Madison, sono diventati più parties of interests, lobby spregiudicate e settoriali, che parties of principles votati al bene comune. In Italia, ricorda Ignazi, l’ostilità verso i partiti affonda le sue radici nell’età dei Comuni, fra Trecento e Quattrocento, quando le città del centro-nord cacciano i feudatari ed eleggono i propri rappresentanti. Un’importante esperienza di autogoverno e di cultura civica, eppure viene ricordata più per i suoi lati nefasti che per quelli positivi. Quando pensiamo alle città-repubbliche del Medioevo pensiamo alle lotte tra guelfi e ghibellini o tra Montecchi e Capuleti. Fazioni che si massacrano tra loro. E così massacrano la libertà e aprono la strada alle signorie.

Qualcosa di simile è accaduto nell’Italia del berlusconismo, dove due decenni di guerra civile strisciante hanno condotto all’avvento dei tecnici, a un governo di larghe intese dove la fisiologica dialettica tra i partiti è momentaneamente sospesa, e destra e sinistra fingono di andare d’accordo per salvare la nazione dalla bancarotta. Ma non può che essere una parentesi momentanea. Come ricorda Ignazi, la divisione è il sale della democrazia. Sono le teorie organiciste e teocratiche, da San Tommaso a De Maistre, che aspirano all’armonia e alla totalità, e vedono nel pluralismo delle idee un male da estirpare. È vero che i partiti sono diventati “Leviatani sgraziati”, creature gigantesche e dotate di enormi risorse, e però incapaci di suscitare entusiasmi. Ma la loro delegittimazione – avverte Ignazi – si riverbera sulla rappresentanza con conseguenze inquietanti: senza questo filtro la delega diventa diretta e individuale, affidata a un capo, a un leader, un duce. La versione moderna del bonapartismo è il populismo, col suo culto del “popolo” come entità organica e unitaria, che fomenta a sua volta il sentimento antipartitico.

A meno di affidarci, come le città medievali, alla moderna aristocrazia dei tecnocrati. Dopotutto l’Italia delle signorie ha prodotto il Rinascimento. Ma per quanto prestigioso e illuminato, il professor Monti non è Lorenzo il Magnifico.

Correlati