Le vespe

1 Dicembre Dic 2012 1811 01 dicembre 2012

Caro Polito, non è solo colpa dei papà

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Un libro contro i padri della patria (sessantottini) che hanno abdicato alla patria (potestà), allevando una generazione di mammoni privi di attributi non poteva che essere bollato di maschilismo. Antonio Polito, che lo ha scritto (Contro i papà, Rizzoli), lo definisce invece un libro “virile”, perché fa appello a quelle antiche prerogative del padre tradizionale a cui noi baby boomers ci siamo ribellati, spazzando via il principio di autorità oltre che dalle famiglie, dagli atenei e dai luoghi di lavoro. Il risultato è stato non la rivoluzione ma il suo contrario, una vera e propria restaurazione di cui molti ex-contestatori, passati dalle barricate alle stanze del potere, si sono resi artefici e complici: un generale deprezzamento della serietà e del merito e un consolidamento del familismo, delle clientele e del sistema tutto italico della raccomandazione, fino al disastro del berlusconismo da cui solo ora (forse) ci stiamo faticosamente riprendendo. È un pamphlet intelligente, quello di Polito, ma anche furbo. Nel senso che per catturare lettori semplifica un po’ troppo. Di tutto il processo che ha portato al declino, anzi al quasi-default italiano mette a fuoco soltanto uno snodo, quello del rapporto padri-figli, e ad esso fa risalire tutti i mali del paese. Cita il celebre motto di Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish”, restate affamati, restate folli, bisogno e talento come ingredienti per raggiungere il successo nella vita. E sostiene, non a torto, che i papà della generazione del ’68 lo hanno rovesciato, trasmettendo ai loro rampolli il messaggio contrario: "Restate sazi, restate conformisti". Hanno costruito la società in funzione del loro nutrimento. Si comportano più da fratelli e da amici che da padri. Sono protettivi, condiscendenti, anzi tendono a fare i sindacalisti di figli scapestrati o nullafacenti o "indivanados" davanti alla tv, criminalizzando e aggredendo gli insegnanti che tentano di domarli, e considerano normale che, una volta iscritti all’università, restino fuoricorso fino a quarant’anni.

Verrebbe voglia di dire: caro Antonio, parla per te. Ma lasciamo perdere i casi individuali, e guardiamo le statistiche: in Italia il 90% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni vive con i genitori, e quasi il 50% ci resta anche tra i 25 e i 34 anni. In Danimarca – ricorda Polito - solo tre ragazzi su cento, in Svezia solo quattro, in Finlandia solo otto, perfino nella mediterranea Spagna i «bamboccioni» sono meno che da noi, il 41%. Quasi venti giovani su cento non lavorano e non studiano: sono quelli che gli americani chiamano NEET (Not in EducationEmployment or Training) .

Sono dati ampiamente noti, e c’è poco da discutere. Anche se ogni volta che Elsa Fornero solleva questi temi, senza troppo pesare le parole (la famosa battuta sui figli choosy, che peraltro non vuol dire schizzinosi ma esigenti), viene pubblicamente lapidata. Nella mia personale casistica non mancano esempi di ragazzi che rifiutano un’assunzione in banca per andare a un corso di regia a New York, o che invecchiano passando da una laurea in scienze della comunicazione a un master in antropologia culturale, vedendo gente e facendo fotografie (e portando a mamma i calzini da lavare),  e quando bussano alla porta di un’azienda non sono in grado di fare niente di utile. Ma stiamo attenti a non basarci solo sulla nostra limitata esperienza di borghesi intellettuali. Anche il bravo Polito appartiene a questa eletta schiera, e le sue statistiche sono talvolta un po’ biased, come direbbe la professoressa Fornero: parziali, tendenziose. I numeri spesso nascondono realtà poco omogenee, che andrebbero disaggregate e analizzate nel dettaglio, e la categoria “giovani” è poco più di un feticcio astratto, buono per gli slogan elettorali. Come non tutti i padri sono uguali, nemmeno i figli lo sono. Dipende dove hai la ventura o sventura di nascere. Un conto è essere NEET ai Parioli o a Milano due, dove papi ti compra la Mini anche se non studi e non lavori, un altro conto è esserlo a Scampia o in Calabria. Lì – a meno di emigrare – c’è poco da fare il choosy, puoi solo scegliere a quale clan affiliarti, o che tipo di droga spacciare.

Forse, oltre ai numeri che propone nel suo saggio, peraltro stimolante e ben scritto, Polito dovrebbe tener conto anche di altre statistiche, come quelle che si possono leggere nel nuovo “Libro dell’Anno” della Treccani (in libreria tra pochi giorni). Per esempio: delle cento migliori università al mondo, nemmeno una è in Italia (e non credo che la spiegazione stia solo nel nepotismo o nell’ereditarietà di certe cattedre). Siamo agli ultimi posti quanto a spesa per la ricerca (1,2 % del Pil, contro il 4,2 di Israele, il 3,4 del Giappone, il 3 della Svizzera, il 2,2 della Francia). Per l’istruzione spendiamo il 4,5% del Pil, molto meno non solo della Danimarca (7,8)  o della Svezia (6,6) ma anche del Botswana (8,9) o del Kenya (7%). Abbiamo meno utenti Internet del Messico e della Nigeria, solo poco più della metà della popolazione (53,7% nel 2010) e una larghezza di banda per le trasmissioni wireless inferiore alla Repubblica Ceca e alla Bulgaria. Tutta colpa dei papà? Dei padri e padrini e padroni che sono stati al governo in tutti questi anni, sicuramente sì. Ma perché i nostri giovani diventino fool, studino, si ingegnino e facciano le loro startup, forse ci vuol altro che qualche scappellotto di più in famiglia.



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