Le vespe

1 Gennaio Gen 2013 1846 01 gennaio 2013

Quel fango sul Nobel della Montalcini

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Nella patria della demeritocrazia, nel paese dei Trota e delle igieniste dentali, l’idea che qualcuno possa vincere il Nobel soltanto perché se lo merita non rientra nella categoria degli eventi plausibili. Di sicuro ci dev’essere qualcosa sotto. Ovviamente qualcosa di losco: una parentela, una raccomandazione, un traffico di influenze, una dazione di denaro. A maggior ragione se il premio riguarda una disciplina scientifica e (ulteriore aggravante) se il premiato è una donna. Così, quando nel febbraio del 1994 un certo Duilio Poggiolini, arrestato per le tangenti sui farmaci, tirò in ballo Rita Levi Montalcini, sostenendo che il Nobel alla scienziata italiana, nel 1986,  era stato “comprato” dalla Fidia, una casa farmaceutica di Padova, con un assegno di 14 miliardi di lire, furono in molti a prenderlo sul serio. Perfino nell’élite della cultura e del giornalismo.

Toccò al sottoscritto, in qualità di inviato scientifico del maggiore quotidiano italiano, volare a Stoccolma a indagare sulla faccenda. È stata una delle esperienze più surreali e anche più umilianti che mi sia capitata in trent’anni di professione. Ricordo che sulla faccia del direttore della Fondazione Nobel, Michael Sohlman, quando mi ricevette, era stampata un’espressione mista di sarcasmo e di compatimento. “Assurdo, - mi gelò subito. – Questa storia la dice lunga sulla situazione che c’è nel vostro Paese. Stamattina ho telefonato a Rita Levi Montalcini per esprimerle il mio rincrescimento. Lei mi ha risposto che le dispiace per l’Italia. Non posso che darle ragione. Perché date retta a quel Poggio... come si chiama? Oltre a dire falsità, si vede che non ha la minima idea di come funzioni la macchina dei Nobel. Il premio per la medicina viene assegnato dal Karolinska, noi non c’entriamo. Io non so neppure i nomi dei prescelti fino al giorno in cui vengono annunciati. E’ ridicolo pensare che qualcuno porga un assegno alla Fondazione per favorire una candidatura piuttosto che un' altra. Guardi qui, il nostro capitale ammonta a 23 miliardi di corone, quasi 250 miliardi di lire. Siamo gelosi della nostra indipendenza finanziaria”.

Ancora tramortito da questo primo incontro, vado al Karolinska a trovare il professor Nils Ringertz, all’epoca segretario dell’assemblea che decide i Nobel per la medicina. “Certo, tutto è possibile – ridacchia. – Anche influenzare le nostre decisioni. Ma ci vogliono un sacco di soldi: ben più di 14 miliardi di lire… Per ogni candidatura – spiega – raccogliamo una documentazione spessa come un volume”. In mezzo, insisto, ci saranno pure le raccomandazioni, le lettere degli sponsor accademici o politici. O no? “Oh, quanto a questo, ne riceviamo quintali. Ma quando provengono da gente che non abbiamo invitato, le cestiniamo”. E chi avete invitato quest’anno? Gli chiedo. “Oltre un migliaio di scienziati. Colleghi delle facoltà di medicina scandinave, ma anche ex premi Nobel e docenti di varie università straniere. Da Harvard a Palermo, a Nairobi. Ogni anno ne scegliamo un certo numero, a rotazione. A me sembra un buon sistema per evitare che si formino delle...”. Mafie, professore? “L’ha detto lei”.

Al giornale il mio articolo viene accolto con malcelata delusione. Avrebbero preferito che trovassi conferme alle calunnie di Poggiolini, sai che bel titolo si poteva sparare. Invece me ne torno in via Solferino con le pive nel sacco, come mi aspettavo. Soltanto degli analfabeti in campo scientifico avrebbero potuto pensare seriamente che fosse necessario corrompere i signori di Stoccolma per convincerli a dare il premio Nobel a una scienziata come Rita Levi Montalcini, nel 1986, per una scoperta risalente a trent’anni prima: il Nerve Growth Factor (Fattore di crescita nervoso), in sigla Ngf. Scoperta rivoluzionaria, paragonabile per importanza, nel campo della neurobiologia, alla doppia elica del Dna. Un tassello cruciale per la conoscenza della genesi e dell’architettura del sistema nervoso e delle malattie degenerative che lo colpiscono.

La verità è che alla Fidia la biologa italiana era effettivamente legata, ma dal 1975, quando si era già da tempo conquistata un prestigio e un ruolo di primo piano nella comunità scientifica internazionale. Dall’azienda veneta aveva ricevuto cospicui finanziamenti per le sue ricerche e si era prestata a fare da testimonial a un farmaco, il Cronassial, poi rivelatosi nella migliore delle ipotesi un placebo, nella peggiore un preparato potenzialmente tossico.

Possiamo rimproverarle questa leggerezza, di cui lei stessa ebbe a pentirsi in seguito, fino a rompere ogni rapporto con la Fidia. Ma non può bastare uno scivolone, per quanto imbarazzante, a gettare ombra su un Nobel strameritato. E neppure a offuscare gli immensi meriti di una protagonista della scienza italiana,  che tanto ha fatto per offrire opportunità di impiego ai giovani ricercatori in un paese che ne offre così poche.

Certo, rileggendo oggi quanto mi disse allora il segretario della fondazione Nobel, non posso che trovarlo profetico: “Questa storia la dice lunga sulla situazione che c’è in Italia”. Era il 17 febbraio 1994. Ricordate chi vinse le elezioni, poco più di un mese dopo?

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