Le vespe

26 Febbraio Feb 2013 1625 26 febbraio 2013

Il Comandante Grillo sulle orme di D'Annunzio

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Sentite qua: “Gli statuti garantiscono a tutti i cittadini d'ambedue i sessi: l'istruzione primaria in scuole chiare e salubri; l'educazione corporea in palestre aperte e fornite, il lavoro remunerato con un minimo di salario bastevole a ben vivere; l'assistenza nelle infermità, nella invalitudine, nella disoccupazione involontaria; la pensione di riposo per la vecchiaia; l'uso dei beni legittimamente acquistati; l'inviolabilità del domicilio; l'habeas corpus; il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abusato potere".

E ancora: " Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali. Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può esser lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente, ad esclusione di ogni altro”.

Cos’è, uno stralcio del primo decreto legge del governo Grillo sul “reddito di cittadinanza”, scritta da un Casaleggio un po’ fumato, o in vena di voli pindarici? No, sono articoli della “Carta del Carnaro”, la Costituzione promulgata da Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato, l’8 settembre del 1920 nella Fiume liberata dal dominio austriaco. Come ha ricordato qualche settimana fa Sergio Romano nella sua rubrica sul Corriere, per Francesco Saverio Nitti, all'epoca presidente del Consiglio, quella Costituzione era «ridicolissima», «stupidissima», «comica», «idiota» e «degna solo di una riunione di mattoidi». Eppure, riletta oggi, offre spunti di grande modernità, come il voto a vent’anni, l’uguaglianza tra i sessi, il diritto di promuovere referendum e di revocare le cariche pubbliche. A Fiume regnava un clima di anarchia festosa, da figli dei fiori ante-litteram. Si praticava il libero amore e si poteva divorziare, con effetto anche sul territorio italiano (ne approfittò, tra gli altri, il grande Guglielmo Marconi). Una minuscola isola di utopia, di pace e libertà, sbocciata sulle rive di un’Europa martoriata da cinque anni di guerra: “Le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione, di associazione – recitava l’art. 7 – sono dagli statuti garantite a tutti i cittadini. Ogni culto religioso è ammesso, è rispettato e può edificare il suo tempio; ma nessun cittadino invochi la sua credenza e i suoi riti per sottrarsi all'adempimento dei doveri prescritti dalla legge viva”.

Ma i promotori della Carta, comandante D’Annunzio in testa, avevano ambizioni ben più ampie, di portata universale: “Il popolo della liberà città di Fiume delibera di rinnovellare i suoi ordinamenti secondo lo spirito della sua vita nuova, non limitandoli al territorio che sotto il titolo di Corpus separatum era assegnato alla corona ungarica, ma offrendoli alla fraterna elezione di quelle comunità adriatiche le quali desiderassero di rompere gli indugi, di scuotere l'opprimente tristezza e d'insorgere e di risorgere nel nome della nuova Italia”.

Le parole d’ordine, spazzare via il marciume delle classi dirigenti liberali,  delle monarchie e delle borghesie al potere (larve, morti viventi, zombie diremmo adesso) suonano stranamente  familiari. E l’incitamento a combattere “l'iniquità la cupidigia e la prepotenza straniere” sembra anticipare le sparate contro i signori dello Spread e l’Europa dei banchieri. Fiume sta alle grandi potenze del 1920 come l’Italia alla finanza globale di oggi: una pulce sulla groppa di un elefante. E la voglia di far da soli, di violare le regole, di autoproclamarsi indipendenti sfidando i trattati e il diritto internazionale, non era poi tanto diversa dalla ingenua retorica eurofoba e tedescofoba dei nostalgici della liretta.

No, non è fascista Beppe Grillo, come non lo sono i suoi deputati e senatori (o almeno la grande maggioranza di essi). Più che a Mussolini lo potremmo paragonare, appunto, a D’Annunzio. Un D’Annunzio antiletterario e antimilitarista, che ha combattuto e combatte solo con le armi della satira. Ma che potrebbe fare almeno altrettanti danni di quanti ne fece a suo tempo il Vate. E spianare la strada a qualcuno ben più nocivo di lui. Spero che i fatti mi diano torto, ma all’indomani di queste elezioni fiuto nell’aria un olezzo inquietante di anni venti. E quando sento i votanti delusi del Pd consolarsi con un “beh, in fondo quelli del movimento Cinquestelle dicono cose di sinistra” li invito a rileggere la Carta del Carnaro. E magari, già che ci sono, il programma dei Fasci di Combattimento del 1919. Non era male, vi assicuro. Prevedeva tra le altre cose la giornata di otto ore, il salario minimo, l’età pensionabile più bassa per i lavori usuranti,  una scuola pubblica rigorosamente laica, decentramento e riforma della burocrazia. Erano giovani e idealisti. Solo un cupo reazionario, o uno sgherro della lista Monti, avrebbe potuto negargli il voto.

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