Le vespe

23 Marzo Mar 2013 1928 23 marzo 2013

Che sballo il Nuovo in politica (nel 1993)

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Vent’anni fa in questi giorni c’era un governo tecnico e una gran voglia di tornare alla politica. Gli avvisi di garanzia grandinavano come un flagello divino, i Craxi, gli intoccabili della Prima Repubblica cadevano sotto lo mannaia di Mani Pulite, e intanto avanzava il Nuovo. Il Nuovo, che sballo! La palingenesi, il repulisti, la purificazione! Bastava essere nuovi, sotto qualsiasi insegna, referendari, radicali, sindaci filosofi o leghisti,  per meritare la patente di migliori. Grillo faceva ancora il comico, in quella primavera del 1993, ma gli italiani avevano fin troppi Grilli per la testa. Non era il caso di Luciano Cafagna, l’intellettuale socialista morto nel febbraio del 2012. Uno studioso serio, una persona per bene, che aveva collaborato a lungo con Antonio Giolitti. Lui, Cafagna, al “novitismo” non ci credeva. Nel suo pamphlet La grande slavina. L’Italia verso la crisi della democrazia, (ripubblicato recentemente da Marsilio) aveva paragonato l’euforia di quei mesi alla cosiddetta “ilarità degli abissi”, che colpisce i sub quando hanno esaurito l’ossigeno delle bombole e stanno per annegare.

Io avevo recensito il libro sul Corriere, e come mia abitudine non mi ero trattenuto dal punzecchiarlo. Tutto questo scetticismo verso il nuovo non mascherava forse la nostalgia del vecchio ordine? Lui mi mandò una lunga lettera di ringraziamento, affettuosa nel tono ma dura nella sostanza. L’ho ritrovata pochi giorni fa, e mi ha colpito per la sua preveggenza e la sua inquietante attualità. “Se la mettiamo così – scriveva Cafagna –non vi sarebbe scelta fra l’andare a tutta velocità nel vuoto per ‘ebbrezza’ e il tornare indietro per ‘nostalgia’. Io cerco di suggerire che si vada avanti, cominciando però a mettere finalmente in primo piano non tanto indignazione – che porta solo bombe (o bombismo mentale) – o schieramenti – che sarebbe solo vecchia alchimia – ma i problemi che ho cercato di elencare”. La Lega? “Un movimento di protesta a ‘breve conservazione’ – ironizzava Cafagna – al contrario del latte UHT: non nel senso che non possa durare, ma nel senso che non lo possa senza inacidire”. Le tanto mitizzate “facce nuove”? “Non ci credo, perché sono sconosciute: legioni di farabutti si stanno preparando nell’anonimato dietro le quinte. Credo solo alle facce severamente selezionate, che abbiano fatto, con sostanziale pulizia, esperienze e magari errori, mostrando però di capire davvero la lezione”.

Se ciò non accadrà – ammoniva Cafagna – avremo “un gran pastrocchio: col favore della crisi economica e della crisi di decisionalità, potrà arrivare la finale fase di stanchezza che precede immediatamente la crisi della democrazia: e magari non sarà una faccia feroce, ma una faccia mite e paterna, TELEVISIVA  (le maiuscole sono mie), a darcene l’annuncio liberatorio”. La lettera porta la data del 25 maggio 1993. Una profezia lucidissima e spietata della discesa in campo, di lì a pochi mesi, di un signore molto televisivo, che ama l’Italia sopra ogni cosa.

Al contrario di molti suoi compagni di partito, Cafagna non era ostile ai magistrati milanesi, perfino dopo  i suicidi di alcuni indagati eccellenti (“vorrei che arrivassero in porto… come contro il terrorismo e la mafia il successo ha dei prezzi”). Quello che veramente non tollerava, era l’andazzo (che allora si stava imponendo) di un giornalismo frivolo e gridato, di certi “estremismi informativi” che puntavano sulla battuta fuori contesto, invece di approfondire i problemi. E i salotti tivù, “in cui i convitati esprimono a ruota libera opinioni improvvisate, accavallate l’una sull’altra, in contraddittori fallaci, trasmettendo a milioni di spettatori qualcosa come un libro fatto di fogli raccattati da cento testi strappati a caso”.

Vent’anni sono passati, e come in un gioco dell’oca siamo tornati alla casella di partenza. L’ilarità degli abissi è salita alle stelle, anzi ai Cinque Stelle. Personalmente posso anche tifare per Bersani, ma ho il giustificato timore che quando tra qualche mese l’economia mondiale ripartirà, noi saremo qui a litigare sui rimborsi ai partiti e sulla decrescita felice.  L'unica produzione che aumenterà, a tassi cinesi, sarà quella dell'audience e del cazzeggio.



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