Le vespe

13 Gennaio Gen 2014 1709 13 gennaio 2014

Eggers: il Grande Fratello siamo noi

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“Non è che io sia asociale. Sono sociale a sufficienza. Ma gli strumenti che voi create in realtà fabbricano bisogni sociali estremi, innaturali. Nessuno ha bisogno del livello di contatto che voi fornite. Non migliora nulla. Non è nutriente. È come lo snack food. Sai come progettano questo cibo? Determinano scientificamente quanto sale e quanti grassi ci debbano mettere dentro perché tu continui a mangiarlo. Tu non sei affamato, non hai bisogno del cibo, non ti dà niente, ma continui a ingurgitare queste calorie vuote. Questo è quello che voi cercate di vendere. Stessa cosa. Calorie vuote, all’infinito, solo il loro equivalente digitale-sociale. E lo calibrate per creare un’uguale forma di assuefazione”. Chi parla è un personaggio del nuovo romanzo di Dave Eggers, The Circle (Il Circolo) uscito da poco in America per Hamish Hamilton e già al centro di furiose polemiche. È la storia di Mae Holland, una ventenne californiana che viene assunta in un immaginario colosso dell’economia digitale, una specie di Google o di Facebook all’ennesima potenza, governato da un trio di saggi, e a poco a poco si trova coinvolta in un disegno di controllo sociale sempre più capillare e totalitario. La company pretende trasparenza in ogni campo: la sua filosofia si riassume in due motti, SECRETS ARE LIES (I segreti sono bugie) e PRIVACY IS THEFT (La privacy è un furto). L’anonimato è proibito, il passato di ogni dipendente deve essere reso pubblico, e la vita di ognuno può essere seguita in diretta da milioni di persone attraverso minuscole webcam indossabili. Scopo del Circle è di convogliare nel suo portale tutti gli aspetti dell’esistenza umana, dal voto agli incontri d’amore. La disciplina, all’interno del “campus”, è ferrea: nessuno può sottrarsi all’obbligo della condivisione di ogni sua esperienza. Se lo fa, toglie qualcosa alla comunità, si comporta da egoista antisociale. “Se non sei trasparente, che cosa nascondi?”. Fosse anche, come nel caso di Mae, un’innocente passione per il kayak, è tuo preciso dovere renderla pubblica, “postarla”, iscriverti alle associazioni online, raccogliere i “mi piace” o “non mi piace” di amici e follower. Perché come dice un altro slogan, Sharing is caring, condividere significa avere cura degli altri.

I tre saggi del Circolo non sono criminali assetati di sangue e neppure torvi tiranni come il Grande Fratello di Orwell o il dittatore del Mondo Nuovo di Huxley. Somigliano piuttosto agli Zuckerberg o ai Bezos di oggi. Esercitano un dispotismo benevolo, sorridente, lastricato di buone intenzioni, dalla difesa della foresta amazzonica all’impegno umanitario in Africa, alla lotta alla pedofilia. Per loro la trasparenza, la tracciabilità di ogni atto, è di per sé garanzia di moralità. A cominciare da chi occupa una carica pubblica, che non può avere segreti per i suoi elettori, ma deve fare tutto in streaming, alla luce del sole. Un’ideologia non troppo distante dal grillismo nostrano. “In un mondo in cui le cattive azioni non sono più una possibilità – dice a un certo punto Eamon Bailey, uno dei saggi – non abbiamo altra scelta che essere buoni”. Di bontà in bontà, il paradiso del Circolo si trasforma in un inferno popolato di schermi, display e telecamere onnipresenti, sotto un diluvio incessante di messaggi online (anzi di zing, come li chiama Eggers) e un monitoraggio ossessivo di tutto, dalle pulsazioni cardiache al gradimento dei consumatori. Un Leviatano tecnologico che invade ogni spazio e fa impallidire i totalitarismi del Novecento. La morale di The Circle è evidente: non è tanto dagli spioni di stato del Datagate che dobbiamo difenderci, dalle varie Nsa che ci controllano mail e telefonate o dai settimanali di gossip che tampinano gli Hollande, quanto dai grandi monopoli del Web, e dalla logica stessa dei social network che ci spinge ad abdicare volontariamente e gioiosamente, giorno per giorno, a porzioni sempre più estese della nostra sfera privata. Big Brother siamo noi.

A me il libro di Eggers è piaciuto, e vi raccomando di leggerlo, in lingua originale se potete, o quando verrà tradotto in italiano. Forse ha esagerato un po’ Margaret Atwood paragonandolo a Kurt Vonnegut o a Henry James(http://www.nybooks.com/articles/archives/2013/nov/21/eggers-circle-when-privacy-is-theft/). Ma è stata certamente ingenerosa (invidiosa?) Ellen Ullman sul New York Times http://www.nytimes.com/2013/11/03/books/review/the-circle-by-dave-eggers.html?_r=0 a liquidarlo come un fumetto leggero e un po’ banale. Per tacere dei fondamentalisti del Web, i mujaheddin della religione digitale, che hanno corrugato il sopracciglio con supponenza: Eggers è un apocalittico, non sa di cosa parla, non conosce Internet e non ha interesse per la tecnologia. Il suo libro va sconsigliato ai minori e alle persone impressionabili, perché come il film Disconnect (da poco sui nostri schermi) distorce la realtà e specula sulle paure della gente.

Cosa poi significhi essere un “esperto di Internet” non è ben chiaro. Per andare in tram non c’è bisogno di essere un tranviere, per consultare una biblioteca non occorre avere un Master in archivistica. Basta sapere dove si è diretti e cosa si vuole trovare. Parlo a voi che siete qui, non certo a quelli che stanno fuori e non frequentano la Rete, e che in Italia, disgraziatamente, sono ancora troppi (il 43% della popolazione, secondo il Libro dell’Anno Treccani 2014). Comunque lo si giudichi, il romanzo di Eggers è una favola istruttiva che ci mette in guardia da un uso compulsivo, e patologico, dei social media. E ci incoraggia a sfruttarli in maniera saggia e intelligente, per allargare le frontiere della nostra conoscenza, non per confinarci in una prigione autistica, voyeuristica ed esibizionistica, dove ci sentiamo obbligati a condividere tutto, e dove la Privacy diventa un furto. Certi giornalisti troppo zelanti, che si credono investiti di una missione civilizzatrice presso le masse non alfabetizzate in senso informatico, dovrebbero tenere un po’ a freno la loro foga moralistica, e raccontare la realtà del mondo online con uno sguardo sanamente scettico. Anche questo aiuterebbe i giovani ad affrontare le nuove tecnologie senza rottamare la vecchia cultura, antidoto indispensabile contro il cretinismo fanatico del Circle.

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