L'imbrattaweb

21 Maggio Mag 2012 1009 21 maggio 2012

Grillo il Caudillo

  • ...

L’uomo, diceva Aristotele, non può che essere un animale politico. Destinato cioè, per natura, a vivere una vita politica, solidale con gli altri. Se l’uomo rinunciasse a vivere la politica significherebbe solo due cose: o che è diventato una belva, cioè si è auto-espulso dalla comunità umana, o è diventato un dio (perché gli dei, si sa, sono gli unici così onnipotenti da potersi permettere di vivere senza l’appoggio degli altri, non hanno bisogno degli altri).
Insomma, la politica, secondo Aristotele, sarebbe praticamente ineliminabile dalla vita umana. E anche chi pretendesse di affermarne l’inutilità, dovrebbe farlo utilizzando, a propria volta, categorie politiche; dovrebbe cioè, a propria volta, fare politica. Un po’, diceva il filosofo, come chi afferma l’inutilità della filosofia. Lo si può fare, certo, ma solo argomentando filosoficamente la propria posizione.
Mi è tornato in mente il ragionamento aristotelico in questi giorni, a proposito del «fenomeno Grillo» sul quale, oltre a scrivere milioni di parole, si sono sprecate le definizioni, facendo anche molta confusione. Mischiando, per esempio, i termini qualunquismo, antipolitica, populismo. E affibbiando al comico genovese appartenenze a più o meno nobili precedenti e personaggi storici.
Emblematico il caso di Guglielmo Giannini e del suo Uomo qualunque. Ma su questo, proprio per Lettera43, è intervenuto acutamente Riccardo Chiaberge, il quale ha osservato che, a parte alcune analogie (per esempio il linguaggio, lo stile, in fondo il retroterra culturale e professionale, ecc.), tra Giannini e Grillo ogni paragone è perdente.
«Per salvare il Paese dalla dittatura del Comitato di liberazione nazionale e dall’incombente pericolo rosso» scrive Chiaberge «il fondatore dell’Uomo qualunque guardava alla borghesia, alla Confindustria, a quelli che oggi chiameremmo “poteri forti”, già compromessi con il passato regime e pronti a scendere a patti con i vincitori. (…) Via i politicanti, largo ai competenti”». Insomma, per Chiaberge, giustamente, Giannini sarebbe semmai un precursore dei sostenitori del Governo tecnico. Cosa che Grillo non è di sicuro. E in effetti, l’ideale «antipolitico» di Guglielmo Giannini era quello di affidare il potere a chi potesse amministrare lo Stato come un'azienda, come un condominio; a un onesto amministratore che tenesse un ordinato libro dei conti. Esprimendo, in fondo, un sentimento – per venire a tempi a noi più vicini – non dissimile da quello che, nell’immediato post-Tangentopoli, ha fatto sì che emergessero, per esempio a livello di amministrazioni locali, figure di sindaci come quelle del piccolo imprenditore Gabriele Albertini o del broker assicurativo Letizia Moratti (rispetto ai quali, per la verità, ci sarebbe quasi da rimpiangere i ladroni socialisti della Milano da bere, ma pazienza). Per non dire di Silvio Berlusconi e delle sue truppe cammellate di manager Publitalia che, a livello politico, hanno preso possesso del Parlamento convinti, anch’essi, che gestire un Paese fosse come gestire un’azienda (e oggi ci lecchiamo ancora le ferite) e che il Governo dovesse essere condotto come un Consiglio di amministrazione (e l’opposizione trattata magari come quei noiosi dei sindacalisti).
Questa è antipolitica. Non quella di Grillo.
Meno condivisibile, semmai, a mio modesto parere, l’analisi di Chiaberge quando sostiene che tra le affinità fra Giannini e Grillo ci sia anche la critica «bipartisan» a destra e sinistra. Giannini era inequivocabilmente un uomo di destra, ossessionato dal «pericolo rosso». Non a caso, i suoi accoliti, al termine della breve ed effimera avventura dell’Uomo qualunque, andarono a ingrossare le fila del Partito monarchico, del Msi e, in parte, del Partito liberale.
Piuttosto, mi pare indubitabile che Beppe Grillo e il Movimento Cinque stelle possano, a tutti gli effetti, essere ascritti alla famiglia politica del cosiddetto populismo.
Ma, anche qui, non credo di dire nulla di originale. In un’intervista sempre a Lettera43, il politologo Marco Tarchi, tra i nostri maggiori studiosi del fenomeno populista, lo ha argomentato molto bene.
Può darsi, riassumo, che Grillo utilizzi a volte argomentazioni antipolitiche, ma al servizio di una visione, di una mentalità che è e rimane indiscutibilmente populista. Una mentalità che «fa del popolo - idealizzato - il depositario delle virtù civiche e il vero unico sovrano della “polis”, l’unica fonte di legittimazione delle istituzioni, a partire da quelle rappresentative fondate sulle elezioni».
«Nel contesto italiano» dice sempre il politologo fiorentino «il “grillismo” riprende la visione del populismo latinoamericano e la utilizza per spronare l’opinione pubblica a delegittimare le caste, politiche, economiche, giornalistiche e via dicendo».
Insomma, Grillo come un Caudillo. E l’assonanza, francamente, un po’ inquieta.
Mi auguro proprio che l’Italia non debba passare dalla padella democrista alla brace peronista.

Correlati