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21 Maggio Mag 2012 1013 21 maggio 2012

Roberto Castelli e la selezione della classe politica

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A partire dal Settecento, e fino a oggi, centinaia e centinaia di studiosi, storici, politologi si sono interrogati, e si interrogano ancora oggi, su quali  debbano essere i migliori criteri di selezione delle cosiddette classi dirigenti, e, in particolare, delle classi politiche.
Da Rousseau in poi, il tema ha appassionato analisti di ogni nazione e ogni continente, dall’Italia alla Francia, dalla Germania all’Inghilterra alla Spagna alla Russia, dagli Stati Uniti all’America Latina all’Africa.
Avanguardie, élites, dirigenze, minoranze organizzate, ecc. Tutti termini che accompagnano questo ultrasecolare dibattito. Alimentato da studiosi di ogni appartenenza ideologica.
Basta scorrere un qualsiasi manuale di dottrine politiche, e ci si imbatte, per esempio, nella teoria della «herrschende Klasse» di Karl Kautsky e Eduard Bernstein; o in quella di classe politica e classe dominante  di Jean Jaurés.
E a questo tema si sono dedicati Karl Marx, Lev Trockij, Otto Bauer e Antonio Gramsci.
Se ne sono appassionati Claude Lefort; François Guizot, August Comte, Alexis de Tocqueville, Goustave Courcelle-Seneuil , Pierre-Joseph Proudhon.
Hanno a lungo cercato di individuare criteri oggettivi Maurice Barrès, Gustave Le Bon, John Stuart Mill, Thomas Carlyle.
Qualcuno, come Henry Sidgwick, pensava che i politici dovessero essere selezionati in base alle loro qualità etiche.
Altri, come Roberto Michels, sostenevano che il politico andasse selezionato in base alle sue qualità carismatiche.
Ma si dovrebbe, a questo punto, compilare davvero un elenco troppo lungo: Gaetano Mosca, Wilfredo Pareto, Giovanni Salvemini, Carlo Rosselli, Luigi Einaudi,
Dolf Sternberg, Harold D. Lasswell, Hendrik De Man, Ugo Spirito, James Burnham, Joseph Schumpeter,  Hans Kelsen, José Ortega y Gasset, John Dewey, Karl Popper, Ralf Dahrendorf, Robert Dahl, Bernard Manin e così via.
Lungi dall’affermare un criterio condiviso, questi studiosi, molto spesso, ci hanno, con le loro teorie, con le varianti delle varianti, ecc., oggettivamente  complicato la vita.
Ma forse oggi, anche se inaspettatamente, un politico italiano, Roberto Castelli, ex Guardasigilli della Repubblica, ha portato un contributo finalmente deciso e chiarificatore.
Commentando l’odioso attentato bombarolo che si è consumato il 19 maggio davanti alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi, il parlamentare leghista ha dichiarato che «Via la Lega dal governo, la criminalità rialza la testa».
Ebbene, con questa dichiarazione, il parlamentare del Carroccio ha suggerito, forse involontariamente, un nuovo quanto semplice criterio – alla faccia di tutte le più arzigogolate teorie dei soloni del pensiero politico - che potrebbe, per il futuro, aiutarci nella selezione della classe politica: basterebbe la misurazione preventiva del quoziente intellettivo dei candidati.

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