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23 Maggio Mag 2012 1521 23 maggio 2012

Cei e pedofilia: un caso alla Totò

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Il cardinale gesuita Jéan Daniélou, uno dei più famosi e illuminati teologi contemporanei (a lui si devono, per esempio, molti dei documenti preparatori del Concilio vaticano II), era solito sostenere che è vero che la Chiesa appartiene a Dio, ma sono poi gli uomini ad amministrarla.

Con questo, il teologo cercava di spiegare, in estrema sintesi, le ragioni per le quali anche gli uomini di chiesa non potessero, e non possano, ritenersi indenni da peccati e debolezze.

Insomma, anche se la sua missione è diffondere la parola di Dio, il prete è pur sempre un uomo, e come tale, può cadere, con i suoi comportamenti, in contraddizione rispetto ai valori sacri e divini che per «contratto» - con lo Spirito santo, s’intende - deve promuovere (mio padre, che ovviamente non era cardinale, né tanto meno teologo, riassumeva dicendo – laicamente - che i preti sono i tipici rappresentanti del «Fate quello che dico io, ma non fate quello che faccio io»).

Mi pare che il tema della pedofilia, ritornata in questi giorni al centro dell’attenzione mediatica, dopo che la Cei ha licenziato il documento ufficiale contenente le cosiddette linee guida proprio sulla questione dei preti pedofili («Linee-guida per i casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte di chierici») rappresenti un caso non emblematico, perché qui siamo di fronte a una perversione  e a un crimine, bensì estremo del concetto espresso da Daniélou.

Quello che stupisce – per usare un eufemismo – è la timidezza (se così vogliamo definirla) con la quale la Conferenza episcopale italiana affronta il problema.
«Molte parole, ottime intenzioni, nessun meccanismo concreto per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni». Come non condividere questo giudizio espresso da Marco Politi sul Fatto del 23 maggio?

E sempre Politi lo dice senza giri di parole: si fa prima a elencare quel che manca nel documento, piuttosto che le novità presenti.

E la mancanza più vistosa è proprio quella di un meccanismo repressivo.

Forse, come suggerisce Politi, perché nei 135 casi di abusi compiuti da preti pedofili tra il 2000 e il 2011 e portati all’attenzione della Congregazione della Dottrina delle fede, e delle 77 denunce presentate alla magistratura nello stesso periodo, la percentuale dei colpevoli riconosciuti supera di gran lunga quella degli innocenti. E, dunque, ci sarebbe molta paura nell’indagare a fondo.

Piuttosto, è del tutto sconcertante (degna forse dei più odiosi bizantinismi giuridici laici) la motivazione addotta dalla Cei: «Nell'ordinamento italiano» dice il documento «il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l'obbligo giuridico di denunciare all'autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti».

Insomma, anche se i vescovi sanno, non hanno nessun obbligo di denunciare i casi alle autorità giudiziarie laiche. Perché, appunto, non sono pubblici ufficiali.

Se il tema non fosse così drammatico, verrebbe quasi da ridere; sembra una situazione alla Totò: Don XX ha molestato un bambino? E che mi frega, io mica sono un poliziotto…

Ancora, i vescovi «sono esonerati dall'obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero. Eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall'autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro».
 Come a dire: se lo Stato, in qualunque modo, venisse a conoscenza di casi conclamati di pedofilia, il vescovo potrebbe comunque rifiutarsi di consegnare eventuali documenti.

Al massimo, si può sperare in una cooperazione con le autorità civili, ma salvaguardando le rispettive competenze e nel rispetto «della normativa concordataria e civile».

Sì, vabbe’, abbiamo capito…

A questo punto, nell’impossibilità da parte dello Stato di intraprendere iniziative unilaterali (che so, magari richiamando le nostre forze di pace dai vari Afghanistan, Libano, ecc. per dislocarle negli oratori a protezione dei minori), possiamo solo ardentemente augurarci che il cosiddetto fenomeno del calo delle vocazioni religiose non solo prosegua, ma divenga un crollo vertiginoso.

PS: per la cronaca, Jean Daniélou morì improvvisamente il 20 maggio 1974 per un infarto che lo colpì sulle scale di casa di una spogliarellista ventiquattrenne, tale Mimi Santoni.
E indosso al cardinale venne trovata una ingente somma di denaro in contanti.
La versione riferita agli inquirenti dalla spogliarellista fu che l’alto prelato si trovava da lei per donarle una somma di denaro con cui Mimi avrebbe pagato la cauzione del suo amante che si trovava in carcere. Ma non tutti credettero a questa versione (peraltro, pare, rafforzata dalla testimonianza di altre prostitute che dichiararono di aver ricevuto aiuti economici dal teologo che così forniva loro un aiuto materiale per redimerle), e i giudizi maliziosi si sprecarono.
Comunque sia, Mimi Santoni, e le altre, almeno, erano maggiorenni e vaccinate.

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