L'imbrattaweb

7 Giugno Giu 2012 1616 07 giugno 2012

Il benzinaio anti-Stato

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E adesso chi glielo dice a Roberto Castelli che la strage di Brindisi è opera di un benzinaio e non della criminalità organizzata?
Commentando l’attentato che si è consumato il 19 maggio scorso davanti alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi, il parlamentare leghista aveva prontamente dichiarato che «Via la Lega dal governo, la criminalità rialza la testa». Certo, l’ex Guardasigilli potrebbe sempre correre ai ripari, sostenendo che «Via la Lega dal governo, i benzinai rialzano la testa», ma forse la dichiarazione non avrebbe lo stesso impatto emotivo e potrebbe ingenerare qualche equivoco.
A parziale consolazione di Castelli, va pur detto che l’ex ministro della Giustizia, nelle ore e nei giorni successivi al drammatico episodio, si era ritrovato in buona compagnia. Anche il suo leader, anche lui ex ministro, Roberto Maroni, sulla sua pagina Facebook aveva evocato la pena di morte (pur dicendosene contrario per principio) nei confronti dei responsabili, affermando: «È un atto di terrorismo, probabilmente di stampo mafioso».
Diciamo, comunque, che la lettura della vicenda in chiave stragista, terroristica, mafiosa è stata assolutamente bipartisan e trasversale. A dirsi convinti della matrice mafiosa dell’attentato sono stati, per esempio, Susanna Camusso, Alfredo Mantovano, e molti altri.
Persino Beppe Grillo, nel suo blog, aveva scritto che si trattava di un «gesto che era nell’aria come un temporale» e, sottolineando il legame tra il nome della scuola e il passaggio della Carovana della legalità sosteneva di non credere alle coincidenze: «Io ho smesso di crederci (alle coincidenze) da tempo, da quando ho visto da bambino per la prima volta Andreotti in televisione».
Ma a sostenere la tesi della matrice di stampo mafioso si è subito dedicata parte dell’intellighenzia progressista, da Lucia Annunziata, che ha ripetutamente sottolineato le connessioni con la strage di Capaci, a Paolo Flores d’Arcais, che però introduceva un ulteriore elemento di inquietudine, quello di una possibile connessione con i servizi deviati, come ai bei tempi della strategia della tensione. «Chi ha compiuto l’orrore», scriveva il direttore di Micromega sul sito online del mensile, «sa di avere spalle coperte, copertissime. È certo di far parte di una potentissima strategia della tensione, informale o formale che sia».
E rincarava la dose, su Il Fatto, Enzo Di Frenna scrivendo: «I mandanti sono da cercare in pezzi deviati dei poteri dello Stato, che da anni hanno stretto un patto con le grandi organizzazioni criminali» e che l’intento era quello di «fermare il cambiamento, che «in Italia si sta manifestando attraverso i giovani a la Rete».
Non mancava, naturalmente, il parere del fine sociologo, in questo caso della sociologa, Giovanna Montanaro, secondo la quale l’attentato a Brindisi «fa pensare alla strategia della tensione: quando questo Paese sta per imboccare una via di cambiamento accade sempre qualcosa, ce lo insegna non solo la storia della mafia, ma la storia dell’Italia, basta pensare a Piazza Fontana».
Anche Montanaro, tuttavia, lasciava una porta aperta alla matrice mafiosa, e, sottolineando il concatenamento di nomi e simboli, dall’anniversario di Capaci al nome della scuola all’arrivo della Carovana antimafia, aggiungeva: «A livello locale c’è stata una forte, recente ripresa dell’attività criminale, legata anche all’uscita dal carcere di alcuni capi storici della Sacra corona unita che, non dimentichiamolo, è una vera e propria organizzazione mafiosa, e più segnali mostrano il radicamento, il consenso di cui gode la Scu. Perché correre tutti i rischi connessi a un’azione così scellerata e clamorosa? Penso che a essere coinvolta non sia solo la mafia locale (…) Ci sono nuovi fermenti, i risultati delle amministrative, un’atmosfera di cambiamento, soprattutto da parte dei giovani. È come se si volesse dire “state fermi”. Leggo una firma di mafia non solo locale e forse con altri ingredienti. Non sarebbe la prima volta nella nostra storia» (a ridagli con la storia).
E l’elenco potrebbe continuare, in un profluvio di dichiarazioni, di connessioni, e in un crescendo di deliranti analisi (c’è persino chi ha parlato di matrice fascista, e ha chiesto di verificare l’alibi di Franco Freda, dato che è brindisino, o di terrorismo internazionale), e questo nonostante già poche ore dopo il tragico avvenimento, inquirenti ed esperti avessero prontamente messo in dubbio una matrice mafiosa o comunque terroristica dell’attentato, a cominciare dal procuratore antimafia Cataldo Motta, voce sicuramente autorevole ed esperta.
Ma evidentemente la tentazione di finire sui giornali o di colpire l’attenzione dell’opinione pubblica è più forte di qualsiasi cosa. Anche dell’amor proprio.
In questo senso, non è possibile escludere che ora si scatenino analisi sociopolitiche sui benzinai e sul loro ruolo di freno al cambiamento e allo sviluppo civile del Paese.
E qualcuno potrà anche dire che, battendosi per la liberalizzazione delle pompe di benzina, aveva visto giusto. Anche in funzione preventiva nei confronti di rigurgiti terroristici e destabilizzanti per la nostra democrazia.

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