L'imbrattaweb

23 Luglio Lug 2012 1111 23 luglio 2012

Hollande e il regime del disonore

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Ci sono voluti 70 anni, e ci voleva un presidente socialista, François Hollande, ma, alla fine la Francia ce l’ha fatta: ha riconosciuto che la retata di ebrei parigini (quasi 13.000, di cui almeno 4000 bambini e  5000 donne ) che tra il 16 e il 17 luglio 1942 vennero arrestati e ammassati nel Velodromo d’inverno per poi essere trasferiti nei lager tedeschi, fu computa interamente da quasi 9.000 tra poliziotti e gendarmi francesi.
Commemorando il triste evento, il 22 luglio, Hollande ha infatti dichiarato pubblicamente, e solennemente, che «La verità, dura, crudele, è che neanche un soldato tedesco, neppure uno, partecipò a questa operazione. La verità è che il crimine fu commesso in Francia, dalla Francia».
Il discorso di Hollande, peraltro piuttosto trascurato dai nostri giornali, è di portata storica, e merita qualche considerazione.
È pur vero che già nel 1995 il presidente Chirac aveva ammesso una corresponsabilità dei francesi nelle deportazioni (mentre De Gaulle e persino Mitterrand hanno sempre imputato l’evento ai nazisti), ma una cosa è parlare di complicità, altra di assoluta responsabilità.
Da questo punto di vista, il discorso di Hollande tocca un tema, quello della stagione collaborazionista francese, più conosciuta come stagione della Repubblica di Vichy, che da sempre costituisce per i francesi un argomento quasi tabu. Sicuramente imbarazzante.
Soprattutto da quando, nel 1997, l’allora Primo ministro Jospin decise di aprire gli archivi a tutti i ricercatori, permettendo così di appurare, finalmente, quel che era davvero avvenuto durante l’epopea di Vichy, ossia di quello che lo storico Antony Paxton, già dagli anni ’70, definì, e denunciò, nel suo libro più famoso, dedicato appunto a Vichy, come «regime del disonore».
Il regime sorto durante l’occupazione tedesca della Francia (1940), insomma, ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi una delle pagine più controverse della storia francese. Anzi, una vera e propria ferita in realtà mai rimarginata, perché a mano a mano che nel dopoguerra si aprivano gli archivi (specie quelli tedeschi), andavano smontandosi le tre tesi di «autogiustificazione» sempre usate dai francesi:, ovvero che Vichy fosse stata esclusivamente una scelta ineludibile imposta da un Diktat dei tedeschi occupanti; che fosse stato un disperato tentativo di salvare il salvabile, per risparmiare alla Francia una inevitabile e totale distruzione da parte dei nazisti. Che si fosse addirittura trattato di una specie di «doppio gioco» segreto con gli Alleati, per prendere tempo in attesa che o il generale De Gaulle o i comunisti avessero potuto organizzare una contro-occupazione del Paese.
Le carte che a mano a mano venivano alla luce, e, appunto l’opera di Paxton,  rivelarono la impietosa verità: l’adesione di Vichy alla causa nazionalsocialista era stata del tutto convinta. Anzi, che «Il governo di Vichy cercò attivamente di andare oltre l’accordo di armistizio per stabilire una volontaria (per quanto militarmente neutrale) “collaborazione” all’interno dell’Europa hitleriana.»
E una delle prove ineludibili di questa convinta adesione ideologica, oltreché di collaborazione militare, fu la folta presenza di intellettuali che andò a ingrossare le fila dei collaborazionisti.
Anche questo tema assai scabroso.
Non a caso, nonostante il concetto di collaborazionista fosse naturalmente attribuibile a tutti, il termine collabos finì per etichettare proprio, ed esclusivamente, gli intellettuali, rimanendo appiccicato loro addosso come una sorta di marchio di Caino.
Ma forse la spiegazione sta proprio nel fatto che – a differenza di molti altri protagonisti – furono proprio gli scrittori e gli intellettuali a dimostrare un’adesione per nulla opportunistica ai disegni egemonici nazionalsocialisti, e, quindi, ancor più deprecabile agli occhi di quella Francia che invece, per la stragrande maggioranza (come si è comunque dimostrato), si riconosceva – all’opposto – nell’alveo democratico.
Comune a questi intellettuali (poeti, giornalisti, scrittori, ecc.) la volontà di denunciare la decadenza dell’Europa e, in particolare, della Francia; una decadenza che ha una data di nascita ben precisa, quella del 1789, l’anno della Rivoluzione, e che prosegue e si fa drammatica lungo il corso di un lungo processo, le cui tappe più dirompenti sono il trionfo delle istituzioni repubblicane (1870) e la progressiva materializzazione dei rapporti e il crollo di tutti valori etici e superiori in favore dell’estetica, della partitocrazia, del mercantilismo incarnatisi nella Terza Repubblica.
Una Terza Repubblica «sfilacciata, impotente, corrotta», eppure arrogante e determinata – sotto le spoglie della democrazia – a difendere privilegi e differenze, e che per questo non esita a lasciare spazio ai rigurgiti rivoluzionari, come dimostra l’affermazione del Fronte Popolare nel 1936.
La drammatica sconfitta militare del 1940 appare dunque, agli occhi degli intellettuali di destra, come il naturale epilogo di questo processo di indebolimento e di decadenza iniziato due secoli prima.
Ma, a differenza di altri, questi intellettuali non vivono l’invasione tedesca come un trauma definitivo, anzi come una grande opportunità di rinascita della Francia.
Che questa opportunità dovesse passare anche da episodi deprecabili come quello del Velodromo d’inverno poco importava.
Ora, il discorso solenne di Hollande suona come un giudizio definitivo di condanna. Anche nei confronti dei collabos.
E questo dimostra come si possa – in democrazia – condurre operazioni di verità storica in maniera oggettiva, senza per forza suscitare odi e rancori. Alla faccia di chi ritiene (vedi il caso Italia) che in nome di una non meglio identificata riconciliazione nazionale, si debba per forza dare vita a processi di revisionismo così ambiguo, strisciante e interessato da attentare alla preservazione della memoria storica.

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