L'imbrattaweb

13 Agosto Ago 2012 1244 13 agosto 2012

Olympic Muzak

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All’indomani della cerimonia di chiusura dei trentesimi giochi olimpici di Londra, impazzano su Facebook e Twitter, e non solo, i commenti.
E bene o male tutti dimostrano di aver comunque apprezzato il clima festoso e, per molti versi informale, dell’evento (anche se, per la verità, più simile a un concertone che non a una manifestazione comunque olimpica).
Certo, come aveva scritto sul Corriere della Sera Aldo Grasso commentando la cerimonia di apertura (ma la cosa vale evidentemente anche per la chiusura), quando ti chiami Gran Bretagna e hai dato i natali a Beatles, Rolling Stones, David Bowie, Pink Floyd ecc. ecc. è molto facile mettere insieme un buon «prodotto».
Ma proprio qui sta il punto.
Pur avendo dato i natali a così grandi musicisti, mi pare che soprattutto lo spettacolo offerto il 12 agosto abbia – musicalmente parlando - assai deluso.
Sia chiaro: trovo giustissimo – e da questo punto di vista chapeau agli ideatori – aver dato espressione a tutti i generi e a tutti i fenomeni (in qualche caso più di costume che non musicali in senso stretto), riuscendo a rappresentare, direi con assoluta precisione, quel tipico patchwork, o crogiuolo, insomma a quel calderone in continua ebollizione che è per definizione la cultura britannica, capace come poche di reinventarsi continuamente e per questo di fare tendenza. E di cui la musica è immediata espressione.
Ma, da rockettaro purista, consentitemi di muovere qualche appunto.
Tralascio, per amor di pietà, lo spreco di playback (l’età è l’età, per tutti, ci mancherebbe), ma l’enorme spazio lasciato alla musica «di plastica» (che gli anglosassoni ormai da oltre trent’anni hanno qualificato, spregiativamente, come «muzak») mi sembra davvero eccessivo.
Vedere sfilare, ma soprattutto dover ascoltare, gli uni dopo gli altri, Pet Shop Boys, Liam Gallagher, Spice Girls (Girls ‘na volta, come si dice), George Michel, Fatboy Slim (evidente ossimoro anche artistico), Take That (orfani di Robbie Williams, accidenti che triste notizia…), DJ e rapper vari di cui nemmeno conosco i nomi, per chi ha amato, e ama, l’Inghilterra del rock e della pop music dell’età dorata (anni ’70) è stata davvero una sofferenza.
Vabbè, mi devo sopportare ‘sta robaccia – pensavo tra me e me – (persino una Lennox imbolsita, di cui ho apprezzato molto più la performance come polena del vascello, che non quella canora, o gli One Direction che però, per un momento, mi hanno dato la gioia di tornare giovane giovane, quasi allo Zecchino d’Oro), ma prima o poi si ricorderanno che qui sono nati i Pink Floyd, Bowie, i Genesis…
E in effetti ecco comparire Bowie. Di cui viene eseguito Fashion, forse il suo peggior pezzo di sempre.
Ma grazie a Dio riconosco dopo un nano secondo le note di Wish you where here. E riconosco, sul palco, anche Mike Rutherford (grande, penso, magari, allora, c’è spazio, più tardi, anche per qualcosa dei Genesis….macché).
Ora mi aspetto almeno Roger Waters e/o David Gilmour.
Ma niente. Né Waters né Gilmour.  E invece intravedo solo un Nick Mason da «Villa Arzilla» (non che da giovane il suo drumming fosse mai stato particolarmente eccitante, ma chissà ora…e infatti ci mette qualche secondo a capire quando partire col ritmo).
E un ragazzetto coi capelli rossi (a me sconosciuto, ma apprendo dai commentatori Rai che si chiama Ed Sheeran) che canta il celebre brano con lo stesso pathos con cui io potrei compilare la dichiarazione Iva.
Finalmente si chiude con gli Who. Ma lo apprendo dai giornali del giorno dopo, io sono già crollato dalla noia e per il sonno.
Non prima però di essermi «gustato» l’ultima perla di muzak con quel che rimane dei Queen, mentre sul megaschermo scorrono le immagini struggenti di Freddie Mercury.
E ripenso allo scambio avuto qualche giorno fa su Facebook con un amica che scriveva di quanta nostalgia avesse per Mercury e le sue tutine colorate.
Parafrasando la celebre battuta del Troisi antifascista di Le vie del signore sono finite (che alla signora che sottolineava come da quando comandava Mussolini i treni arrivassero sempre in perfetto orario, rispondeva che allora sarebbe forse bastato facesse il capostazione) ho replicato che il leader dei Queen allora avrebbe potuto fare lo stilista o l’indossatore.
Non so con quale beneficio per il mondo del fashion, ma sicuramente con beneficio per quello del rock.

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