L'imbrattaweb

24 Settembre Set 2012 1132 24 settembre 2012

Da esuli in patria a esosi in patria

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Alessandro Campi, tra i più lucidi e disincantati politologi italiani (formatosi negli ambienti della cosiddetta Nuova Destra degli anni ’80, testa pensante del FLI di Fini, ideologo riconosciuto della Fondazione Farefuturo) e indiscutibilmente uomo dal giudizio indipendente, lo ha detto senza mezzi termini: «La vicenda del consigliere Franco Fiorito rappresenta forse il punto conclusivo di un processo di autocombustione della destra politica, che in 20 anni è riuscita a dissipare quel patrimonio di diversità antropologica con la quale l’MSI e poi AN si erano affacciati agli albori della Seconda Repubblica». Nella stessa intervista (pubblicata sulla Stampa del 22 settembre) Campi si spinge però più in là, cercando di analizzare le ragioni di questo fallimento, di questo cambiamento «antropologico», per cui quelli che si definivano come «esuli in patria» (la definizione è di un altro importante politologo, formatosi anche lui negli ambienti della destra, Marco Tarchi, e stava a indicare una condizione di estraneità, in buona parte subita – vi ricordate il famoso «arco costituzionale» da cui era escluso il MSI? -, in parte interiorizzata e persino orgogliosamente rivendicata ed esibita) hanno finito per omologarsi ai peggiori rappresentanti di una classe politica, si fa per dire, famelica e assetata di potere (specie economico, ma, da quanto si va ogni giorno apprendendo, anche eno-gastronomico…).
L’analisi del professor Campi non è l’unica proposta in queste settimane. Penso per esempio a Francesco Merlo, che su Repubblica ha proposto un interessante profilo di questo mutamento antropologico, e penso a Marcello Veneziani (anche lui da sempre instancabile anima critica della destra, prima all’opposizione e poi al governo), che, dalle colonne del Giornale, ha lanciato un invito perché la destra più pura e nuda abbandoni gli agi e gli sfarzi – per usare un eufemismo - del potere per tornarsene nel «ghetto» originale (precondizione fondamentale per potersi ritrovare nella fase da esuli in patria).
Che dire, si tratta di opinioni, analisi, appelli del tutto comprensibili e in parte condivisibili.
Dico in parte perché il loro presupposto può essere discutibile.
La contrapposizione tra una destra - esclusa per molti anni da posizioni di potere – tutta fatta di onestà, idealità, purezza e una destra finalmente arrivata al potere e dunque risucchiata nel circolo vizioso della corruzione (morale), cioè dell’esercizio smodato e sfrenato del potere (lo ribadisco, soprattutto economico) e dei privilegi della casta (fino a situazioni alla Fiorito, cioè alla evidente patologia), quasi a sua insaputa, mi pare eccessiva.
E se la «purezza» pre-sdoganamento fosse invece una condizione di fatto e non di volontà? Chiaro che estranei a ogni centro di potere, i vecchi missini non potessero ambire a spartirsi alcunché.
Il fatto che un giorno dopo essere stati finalmente inclusi nell’«arco costituzionale», addirittura saliti al governo (grazie a una legge, quella maggioritaria, a cui, con scarsa lungimiranza, avevano votato contro, vale la pena ricordarlo), gli ex «esuli» si siano trovati perfettamente a proprio agio nello spartirsi incarichi e poltrone (nelle aziende, nell’amministrazione, alla RAI, ecc.) e con una scioltezza degna della migliore (cioè peggiore) democristianeria e del miglior craxismo qualche sospetto lo fa venire.
I più nostalgici, e indefessi, si rifanno al logoro – e mitizzato – luogo comune dell’onestà dei fascisti storici. Citano come un mantra la famosa storia secondo la quale dalle tasche di Mussolini, appeso a testa in giù in Piazzale Loreto, non cadde nemmeno una moneta. Ma evidentemente scordano di dire che il duce aveva per tempo provveduto a espatriare il suo «tesoretto» e non aveva certo bisogno di portarselo con sé.
E sembra anche che corruzione e «stecche» girassero con una certa assiduità in casa Mussolini, se è vero, per esempio, che il fratello Arnaldo fu tra i politici sospettati di aver intascato una tangente di 30 milioni di lire pagata dall’americana Sinclair Oil per la concessione di esplorazioni petrolifere su tutto il territorio italiano. E pare che gli inglesi, preoccupati per questa concorrenza americana, avessero rivelato il tutto a Giacomo Matteotti, tanto che la sua morte viene da alcuni storici collegata proprio a questa oscura vicenda. Sarebbe stato ucciso per ordine di Mussolini per evitare che uscissero le prove della corruzione del fratello.
Sempre in tema di mazzette e petrolio, ci sarebbe anche un’altra curiosa vicenda che veniva ricordata anni fa in ambienti missini come la storia dei «due camerati di sicura fede».
 Naturalmente non ci sono documenti in proposito, e presenta molti contorni da leggenda metropolitana, ma vale la pena di ricordarla (ripeto, con tutti i condizionali del caso).
La sintetizzo per come mi è stata raccontata.
Siamo agli inizi del 1943, Mussolini convoca Carlo Scorza, ultimo segretario del Pnf, e, più o meno, gli dice: «Caro Scorza, come sai le cose non vanno benissimo. Sono sicuro che alla fine vinceremo la guerra, ma se, per ipotesi, dovessimo perderla? Dobbiamo pensare al dopo, perché, in ogni caso, il fascismo sopravvivrà anche a una eventuale sconfitta. Perciò dobbiamo organizzarci. Avremo anche bisogno di ingenti risorse finanziarie. Tutti i nostri averi (dollari oro, ndr)  sono al momento depositati in Svizzera. Bisogna trovare qualcuno che li investa e li faccia fruttare al meglio. Trova queste persone».
Dopo qualche giorno, Scorza torna da Mussolini e annuncia con enfasi di aver trovato le persone giuste, due giovani «camerati di sicura fede» che pare abbiano un grande senso per gli affari. Sono tale Attilio Monti, amico nonché autista di Ettore Muti (il  «Che Guevara nero») e tale Angelo Moratti.
Detto fatto, Monti e Moratti ricevono l’incarico di investire il cospicuo tesoretto del Pnf e lo fanno acquistando quote di società petrolifere sudamericane.
Come sia andata a finire la storia del fascismo lo sappiamo tutti. Come sia finita quella del tesoretto fascista non lo sa nessuno. Ma le fonti missine sostengono che di quegli investimenti, nelle casse del rinato fascismo sotto l’etichetta del Msi, sia tornato solo un 10%.
Ma nel pantheon dei fascisti col vizietto per gli affari illeciti c’è un altro padre nobile, anzi venerabile: il camerata Licio Gelli, già volontario nella Guerra civile spagnola al fianco di Francisco Franco, quindi collaboratore della federazione fascista di Pistoia, impiegato del Guf e poi repubblichino a Salò.
Il suo amore per il denaro facile è di antica data: quando nel 1947 l’Italia restituì alla Jugoslavia il tesoro requisito dal Servizio informazioni militare nel 1942 a re Pietro II, operazione che era stata affidata proprio a Gelli, ci si accorse che all’appello mancavano 20 tonnellate di lingotti d’oro.
Si scoprì che erano stati trasferiti dal futuro capo della P2 in Argentina.
E pare – cosa però sempre smentita dal diretto interessato –, che parte di questo bottino fosse stata ritrovata nelle fioriere della famosa villa Wanda.
Insomma, ben vengano le analisi antropologiche, ma consiglierei ai post-fascisti anche di farsi un bell’esame del DNA.

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