L'imbrattaweb

1 Ottobre Ott 2012 1140 01 ottobre 2012

Affile e il mausoleo della vergogna

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Finalmente, dopo la stampa estera (Daily Telegraph, BBC, New York Times, El Paìs), anche la grande stampa nostrana ha cominciato a occuparsi con l’adeguata attenzione della vergogna del mausoleo di Affile intitolato al «macellaio» fascista Rodolfo Graziani.
Il 30 settembre, con un ampio articolo – e richiamo in prima pagina - firmato da Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera denuncia lo sconcio della vicenda.
Anzi, il doppio sconcio: il «mausoleo», oltre a essere intitolato a uno dei personaggi più truculenti del fascismo, è stato finanziato con soldi della Regione Lazio, cioè pubblici (ci sarebbe un terzo sconcio: estetico, il monumento fa schifo, ma questo è oggettivamente l’ultimo dei problemi…).
L’iniziativa di Stella è certamente encomiabile, ma, ahimè, temo inutile. Temo, infatti, che non sarà l’ultimo sconcio a cui dovremo assistere.
Perché il mausoleo non è che il frutto, l’ennesimo frutto di uno strisciante revisionismo storico - mascherato sotto l’espressione buonista di «riconciliazione nazionale»  tanto cara alla destra post-fascista - e che, non a caso, si è rivitalizzato e ringalluzzito con lo sdoganamento, avvenuto nel 1994 per opera di Silvio Berlusconi, del Msi e che ormai da anni sta ammorbando la memoria storica del Paese.
Non mancano, a questo proposito, episodi significativi e inquietanti.
Come la «Giornata del ricordo», istituita, grazie alle forti pressioni di Alleanza Nazionale, dalla Legge n. 92 del 30 marzo 2004, peraltro sostenuta anche dagli allora capigruppo dei Ds e della Margherita, Luciano Violante e Willer Bordon, con la quale lo Stato italiano ha deciso di commemorare ufficialmente il ricordo della data simbolo del 10 febbraio 1947, legata alla tragedia delle foibe, vicenda sulla quale si è condotta una straordinaria operazione di «de-storicizzazione», a partire dalla quantificazione delle vittime che, affidata appunto quasi esclusivamente alla storiografia revisionista, ha potuto davvero «dare i numeri». Basti ricordare che Maurizio Gasparri ha potuto tranquillamente parlare, senza essere smentito, di milioni di infoibati, mentre si sa che il numero più realistico (cosa che naturalmente non attenua la gravità del fenomeno) è attorno a qualche migliaio. Ma, soprattutto, il tema delle foibe si è conquistato nell’ultimo decennio una visibilità straordinaria al di fuori di ogni contestualizzazione. Non si è minimamente dato spazio a un’analisi «qualitativa» delle vittime, né si sono ricordate le devastanti violenze dei fascisti e dell’esercito italiano perpetrate ai danni di partigiani e civili sloveni, da cui nacque la altrettanto violenta reazione anti-italiana. Anche in virtù del fatto che nessuno dei protagonisti di quelle violenze fu mai perseguito, disattendendo le aspettative di molti sloveni (ma anche dalmati, croati, istriani) per una «Norimberga» italiana.
Il principale protagonista, per esempio, il generale Mario Roatta, venne sì condannato, ma perché implicato anche nell’omicidio dei fratelli Rosselli, e comunque riuscì a fuggire nella Spagna franchista grazie alla complicità dei Carabinieri e del Vaticano.
Ma non solo: amnistiato nel 1946 rientrò in Italia, dove pensò bene di impiantare un servizio segreto clandestino, denominato il Noto servizio - conosciuto anche come l’Anello - che, come ha documentato Aldo Giannuli in un recente e bellissimo saggio (Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro) ha attraversato la storia italiana almeno fino ai tardi Anni 70, intrecciando la propria attività con le pagine più nere della storia d’Italia, dal golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di Piazza Fontana a quella di piazza della Loggia, fino al caso Moro.
Altro grande tentativo revisionista (per ora non ancora riuscito, ma temo sia questione di tempo) quello di riabilitare appieno i repubblichini.
Ci ha provato la destra una prima volta nel 2004, quando il governo presentò un disegno di legge (il n. 2244) che aveva per oggetto il riconoscimento della qualifica di belligeranti delle formazioni armate della Rsi. Ma grazie alla mobilitazione di tutte le forze antifasciste, che poterono avvalersi del supporto giuridico di emerite personalità del diritto come Giovanni Conso e Giuliano Vassalli, il dl fu accantonato.
Un secondo tentativo fu fatto nel 2008, quando un gruppo di deputati della Camera, capitanati dal socialista e pidiellino Lucio Barani, presentò una proposta di legge, la n. 1360, per l’«Istituzione dell'Ordine del Tricolore e l’adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra», con la quale si individuavano, tra gli aventi diritto, anche i combattenti nelle formazioni dell'esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945; equiparando di fatto i partigiani con i combattenti della Repubblica di Salò. Anche in questo caso, la mobilitazione popolare e il parere dei giuristi indusse lo stesso Silvio Berlusconi a impegnarsi per il ritiro della proposta. Cosa che avvenne nel 2009. Ma Barani non si diede per vinto, e la ripresentò nel 2010. Al momento senza alcun esito.
E poi c’è la questione dei libri di testo: convinti che nelle scuole italiane ci siano libri di storia troppo comunisti, che esaltano figure della Prima Repubblica come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, un gruppo di 18 parlamentari, tra cui Gabriella Carlucci, ha presentato un disegno di legge per la costituzione di una commissione d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici.
 La nota showgirl ha spiegato che "C’è da salvaguardare la libertà di insegnamento, un valore sacrosanto, ma c’è anche da salvaguardare il diritto degli studenti a ricevere un’istruzione corretta e non faziosa. Dobbiamo porre fine a questa situazione a dir poco vergognosa. Non si può, ancora oggi in un Paese che tutti definiscono libero, esercitare un indottrinamento del genere. Indottrinamento subdolo e meschino perché diretto a plagiare le giovani generazioni dando insegnamenti attraverso una visione ufficiale della storia e dell’attualità asservita a una parte politica". Carlucci – che evidentemente possiede, tra le altre, la dote di storiografa - cita per esempio La storia di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier, che descrive Togliatti come «un uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generali»; Enrico Berlinguer come «un uomo di profonda onestà morale e intellettuale, misurato e alieno alla retorica»; e, addirittura, e questo è forse troppo, De Gasperi come «uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica».
E in effetti, come dare torto all’onorevole Carlucci? Sostenere che De Gasperi fosse cattolico è decisamente fazioso e scorretto.
D’altra parte, perché stupirci di questo rigurgito revisionista?
Siamo o non siamo il Paese che ha accolto sin dal 1947 in Parlamento i fascisti salotini (mentre criticavamo il proliferare di rigurgiti neonazisti in Germania, quella Germania che, almeno fino a prova contraria, non ha mai ammesso in Parlamento gli eredi «ufficiali» del Terzo Reich) in barba a qualsiasi norma sul divieto di ricostituzione del partito fascista e della legge che puniva il reato di apologia di fascismo?
Abbiamo avuto persino un ministro repubblichino non pentito (omaggiato – alla sua morte – dal capo dello Stato, ex comunista).
Senza contare i paesi e le cittadine che hanno intitolato vie, piazze, persino un ponte a Giorgio Almirante.
Insomma, credo che Stella si debba preparare, purtroppo, a scrivere altri articoli come quello di domenica 30 settembre.
E noi a subire altri sconci.

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