L'imbrattaweb

3 Ottobre Ott 2012 1145 03 ottobre 2012

Puffi neri

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Nessun riferimento ai vari Alemanno, Delle Chiaie, Buontempo, ecc., per carità. I puffi in questione sono quelli che tutti conosciamo, le famosissime creaturine azzurre create a fine anni ’50 dalla penna del fumettista Peyo (al secolo Pierre Culliford) e che da allora (morto Peyo, la saga è proseguita grazie al figlio di Pierre, Thierry, in collaborazione con il giornalista belga Yvan Delporte, anche lui scomparso, nel 2007) si sono imposti – attraverso album, libri, film, gadget, ecc. – come vero e proprio fenomeno mondiale.
A svelarne la profonda natura «nera» (fascista e totalitarista) è ora una saggio sociologico (o fanta-sociologico) scritto da Antoine Buéno – giornalista, sociologo e ex ghostwriter di François Bayrou, leader del centrismo francese – e pubblicato nei giorni scorsi in Italia da Mimesis col titolo Il libro nero dei Puffi.
Tutto, secondo Buéno, concorrerebbe a decretare l’inequivocabile orientamento fascistoide dei simpatici gnomi azzurri: dalla loro collocazione in un’epoca medievaleggiante e fantastica (e il Medio Evo, così come la dimensione fantastica, si sa, sono ambiti molto cari alla cultura di destra), peraltro come evidente volontà di evasione dall’epoca reale, quella della Guerra fredda, alla chiara connotazione «organica», per dirla in termini politologici, della comunità puffesca, una comunità chiusa, autarchica, gerarchica, reazionaria e così via. Guidata, per di più, da un Grande Puffo che dirige con piglio dittatoriale.
Ci sarebbe anche una vena antisemita e anticapitalistica, che troverebbe una puntuale rappresentazione nell’arcinemico Gargamella (dai tratti fisiognomici indiscutibilmente giudaici e incarnazione di certo «capitalismo apolide»).
Il pamphlet di Buéno – scritto in parte con tono molto serio, e in parte con dichiarato intento ironico – non è certo il primo, e non sarà l’ultimo, a voler «radiografare» la scorrettezza politica dei personaggi di fantasia, in particolare dei personaggi di destra.
Gli esempi si sprecano, e in qualche caso, si tratta anche di casi recenti.
Il film di Spielberg dedicato a Tintin, per esempio, ha rispolverato le polemiche sorte negli anni ‘50 sull’eroe dei fumetti creato nel 1929 dal belga Hergé (al secolo Georges Remi), accusato di simpatie gaulliste.
Ma a Hergé andò ancora peggio negli anni 90, quando subì un vero e proprio processo ideologico.
A scatenare la campagna nei confronti del creatore di Tintin la pubblicazione (era il ’92) di un volumetto, Tintin, mon ami, nel quale l’85enne Léon Degrelle, fondatore del fascismo belga, ex ufficiale delle Waffen-SS, allora esiliato in Spagna, sosteneva che a ispirare Tintin fosse stato proprio lui (che guarda caso, aveva lavorato con Hergé, nel 1929, presso il quotidiano cattolico di destra Le Vingtième Siècle).
Hergé, naturalmente, smentì questa identificazione, ma inutilmente.  E qualcuno arrivò a ricordare come il fumettista belga fosse anche stato arrestato per collaborazionismo con i nazisti (anche se l’arresto durò una sola notte).
Di recente, la vicenda è stata ripresa da Jonathan Littel, autore del famosissimo Le Benevole, che non solo ha ricordato la somiglianza fisica tra Tintin e Degrelle, ma addirittura quelle tra l’inseparabile cagnolino del boy scout-giornalista-detective, Milù, e il cane di Hitler.
Sempre in Francia, non più tardi di qualche mese fa, il filosofo Michel Serres, in un’intervista radiofonica, ha definito Astérix «un elogio del fascismo e del nazismo».
Di fascismo è stato tacciato persino il cartoonist per eccellenza, Walt Disney.
Esemplare il pamphlet - di una decina di anni fa – di Alessandro Barbera, intitolato Camerata Topolino, nel quale l’autore si è divertito, e sbizzarrito, a sintetizzare, provocatoriamente, il dibattito critico sul padre di Topolino svoltosi soprattutto a sinistra, e soprattutto in Italia, tra il 1965 e la fine degli anni 70, dibattito da cui usciva il profilo di un Disney anticomunista viscerale, reazionario, sessuofobo e persino antisemita. Insomma, fascista.
In fondo, non è un caso che Joseph Göbbels, per Natale, fosse solito regalare a Hitler film della Disney. E che Benito Mussolini, a sua volta, fosse solito regalare ai figli fumetti del disegnatore americano. E che, addirittura, come testimoniò il figlio Romano, il Duce si spingesse a canticchiare, sotto la doccia, l’aria dei Tre porcellini.
Per non parlare dei tratti somatici inequivocabilmente ebraici di Lupo Ezechiele, della «tipizzazione», proletaria e comunista della Banda Bassotti. E così via.
Insomma, i Puffi fascisti di Buéno sarebbero in buona compagnia.
PS: Sarà solo un caso, ma il primo episodio che vide i Puffi protagonisti nel 1959 (prima di allora erano comparsi solo l’anno precedente come personaggi secondari in un fumetto dedicato a un altro eroe di Peyo, il cavaliere Johan) si intitolava I Puffi neri.

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