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17 Ottobre Ott 2012 1233 17 ottobre 2012

Plusvalore gay?

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Dopo le polemiche estive legate alle sue allusioni sui giocatori gay presenti nella nazionale italiana che partecipava agli europei, Alessandro Cecchi Paone ha riaffrontato l’argomento dell’omosessualità nel mondo del calcio. Intervistato da Radio Kiss Kiss Napoli, il popolare personaggio televisivo, dopo aver detto che nel prossimo attesissimo big match di campionato tra Juventus e Napoli ci saranno in campo almeno due gay, si è lanciato anche in una dichiarazione di carattere generale del tutto opinabile: «Ci sono gay in tutti i campi della vita normale» ha detto Cecchi Paone «e quindi ci sono anche in campo, e sono anche i più bravi, ma non perché ci sia qualcosa in più, ma perché tutta la capacità di nascondersi crea un lavorio particolare fatto per nascondersi e questo crea una tenuta psicologica e fisica pagata a caro prezzo, ma che spesso li trasforma in campioni molto più resistenti degli altri».
Insomma, dopo i frusti luoghi comuni (i gay hanno più senso estetico e dunque artistico, sono più sensibili, ecc.), ecco spuntare il tema della gayezza (in questo caso non dichiarata) come leva, o molla, per il successo atletico.
Non saprei come confutare questa affermazione. Ma posso ricordare qualche precedente, curioso quanto inquietante, sull’omosessualità come «plusvalore».
Hans Blüher, per esempio, giornalista e scrittore, esponente di punta di un movimento di liberazione omosessuale di estrema destra prenazista, nel suo saggio (datato 1912) dedicato all’erotismo dei Wandervögel (il gruppo giovanile tedesco da cui sarebbe nata la Hitlerjugend) e intitolato Il movimento dei Wandervögel come fenomeno erotico. Contributo al riconoscimento dell’inversione sessuale, sosteneva che il comune denominatore che teneva insieme i giovani era l’Eros, ovvero l’attrazione sessuale tra individui di sesso maschile, cioè che gli impulsi omoerotici erano determinanti nel rinsaldare i legami di amicizia tra maschi e, dunque, nel promuovere quelle affinità sociali e culturali che permettevano la piena coesione del gruppo. Ma non solo: considerato che questa attrazione non poteva sfociare quasi mai in rapporti fisici veri e propri e nemmeno in manifestazioni di affetto,  finiva con il venire sublimata e manifestarsi come sovrabbondanza di energie, una forza vitale che, non trovando sfogo in direzione fisica o organica, trovava espressione in una genuina creatività. Secondo Blüher, addirittura, il carisma dei capi dei Wandervögel si basava sulla loro capacità di «cattivare le simpatie altrui propria di pochissimi, degli individui eccezionali, delle personalità più fantasiose, creative e dall’aspetto più attraente».
Per Blüher, insomma, l’amore tra amici assumeva un vero e proprio ruolo culturale. Non a caso nelle antiche comunità maschili di tipo associativo, questo si era reso del tutto evidente; era anzi l’elemento che ne aveva potuto determinare lo sviluppo e il progresso.
Ma, si chiedeva lo scrittore, se solo queste comunità producevano nature virilmente eroiche, cioè leader che, grazie al loro carisma di stampo erotico, erano capaci di attrarre accanto a sé valorosi guerrieri, perché disincentivare questa dinamica? Anzi, perché non incentivarla? Perché non sfruttare l’omoerotismo come collante di una nuova casta guerriera che avrebbe ridato dignità e grandezza alla Germania sprofondata nella mollezza e nell’apatia guglielmine?
Più o meno su questi temi è tornato, settant’anni dopo (per l’esattezza nel 1986), il leader neonazista, e omosessuale, Michael Kühnen, il quale scrisse un saggio, pubblicato dall’amico e camerata francese Michel Caignet (anche lui gay), dal titolo esplicito: Nazionalsocialismo e Omosessualità.
E cosa sosteneva Kühnen in queste pagine? Che l’omosessualità è una predisposizione del tutto naturale, ereditaria, destinata dalla natura a una esigua élite di uomini perché possano dedicarsi, senza condizionamenti da parte degli interessi personali, al servizio della comunità, al servizio della sopravvivenza e dello sviluppo culturale della società. Mentre nella vita emotiva della donna – creatura esclusivamente della natura, e non della cultura – l’amore si è sviluppato sulla base di un istinto di cura della prole e di protezione di figli, e dunque il suo ruolo è naturalmente ed esclusivamente quello di garante della continuità della comunità, il maschio ha una funzione biologica dedicata solo alla procreazione (cioè gli bastano pochi minuti per procreare, per svolgere la sua funzione biologica). Dunque nell’uomo c’è una sorta di surplus di sessualità che deve essere incanalato altrove. Dove? Kühnen non ha dubbi: la migliore soluzione – la più utile alla società - è quella di utilizzare questa sessualità nelle relazioni con altri uomini.
L’omosessuale deve prendere coscienza di questo, e impegnarsi per dimostrare la propria utilità sociale, per rendersi anzi indispensabile. L’omosessuale, insomma, deve prendere coscienza del ruolo avanguardistico che ricopre all’interno della società e della cultura che la sorregge.
Gli omosessuali sono liberi da legami naturali con donne, figli, famiglia, possono dedicare tutte le loro risorse e energie al servizio della comunità e farsi portatori di valori e cultura. Così facendo, adempiono pienamente al loro compito naturale, possono dare un senso e una concretezza a una nuova e pura cultura indoeuropea che si ponga come obiettivo la conservazione e lo sviluppo della specie ariana.
Del resto, scriveva Kühnen, il NSDAP, il partito nazista, non prese mai una posizione ben definita nei confronti della sessualità. Originariamente, anzi, aveva posto sullo stesso piano eterosessualità e omosessualità, o, per meglio dire, non aveva vietato alcun tipo di rapporto, come prova il suo Programma, in cui non figurava alcun punto dedicato alle relazioni sessuali.
Per di più, era nota la posizione di Hitler che, nel 1932, accondiscese le dichiarazioni ufficiali di Röhm e della dirigenza delle SA che incoraggiavano le relazioni omosessuali, nel solco della tradizione spartana e templare.
L’ostilità nei confronti degli omosessuali si è sviluppata, dunque, sosteneva Kühnen, non all’interno del nazionalsocialismo, la cui visione del mondo era assai pragmatica, bensì all’interno del pensiero borghese europeo, infarcito di pregiudizi provenienti dalla morale giudaico-cristiana.
Ma allora perché non ammettere, da parte dell’estrema destra, che gli omosessuali sono in realtà i più adatti al comando, indispensabili per la lotta antiborghese e antidemocratica?
Perché non ammettere che i gay sono i più adatti a portare avanti gli ideali del nazismo?
Tutte scemenze, penserete voi. Appunto.

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