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18 Novembre Nov 2012 1323 18 novembre 2012

Il nuovo che avanza

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A leggere le cronache dei giornali di oggi (18 novembre) sulla kermesse romana organizzata dal «Partito dei carini» (copyright Crozza) - alias Italia Futura - di Luca Cordero di Montezemolo, intitolata «Verso la Terza Repubblica», qualsiasi lettore di buon senso, e di una minima onestà intellettuale, sarà stato sicuramente assalito dallo scoramento.

Lo scoramento nasce perché se ci si aspettava dalla convenscion una ventata di novità, un colpo di reni come si dice,  se ne è sentita la totale mancanza: innanzitutto dal palco degli studi cinematografici De Paolis sono venute infatti solo parole retoriche e banali, vedi per tutte la parola d’ordine: «Ricostruzione. Economica, morale, etica, civile», o, ancora, la frusta metafora calcistica: «Siamo qui perché vogliamo che il Paese reale, i cittadini e le migliaia di eccellenze che costituiscono il nerbo della nostra nazione, abbandonino le tribune, vadano in campo e riportino l’Italia a giocare in attacco e a vincere» (cosa che mi ha ricordato la celebre battuta di Troisi  in Le vie del Signore sono finite, quando, replicando  a una fervente ammiratrice di Mussolini che gli sottolineava come da che il duce fosse a capo del governo, i treni arrivassero sempre in orario, Troisi, alias Camillo, barbiere di Acquasalubre, rispondeva, più o meno: vabbe’, ma perché allora non fargli fare più semplicemente il capostazione?).

Ma nella riunione romana c’erano decisamente poche novità anche nel parterre, una sorta di cafonal dagostiniano in versione «gessato», persino un vero e proprio festival del riciclo, emblematicamente simboleggiato dal filosofo per tutte le stagioni Ferdinando Adornato, ex PCI, poi PDS, poi Forza Italia e ora UDC (ma, come direbbe lui, citando Mao Ze Dong, «niente resta uguale a sé stesso, la contraddizione muove tutto»), e da Bendetto Della Vedova da Sondrio, già radicale, poi riformatore liberale, poi pidiellino, poi finiano (ma c’è ancora tempo per ulteriori evoluzioni, chissà…).

Insomma, la platea degli stabilimenti De Paolis presentava ben pochi volti nuovi: un po’ di truppe cammellate delle ACLI, della Cisl, forse qualche imprenditore, per esempio un gruppetto di senegalesi. Punto.

Insomma, chi si aspettasse la discesa in campo di una sorta di Movimento 5 Stelle in doppiopetto sarà sicuramente rimasto deluso.

Certo, i doppiopetto, riunitisi in quelli che, maliziosamente, Goffredo De Marchis di Repubblica ha ricordato essere gli studi cinematografici in cui furono realizzati, tra gli altri, Fracchia, Emanuelle nera e Suspiria, abbondavano, ma erano quelli dei soliti noti: finanzieri mondani, trafficoni vari, politici – e molti ex: DC, PSI, MSI, AN, PDL - rappresentanti della cultura e dell’imprenditoria (rimirare, a questo proposito, come scriverebbe Minimo Riserbo, che ogni giorno su Dagospia compila un’esilarante rassegna stampa, le foto, a pagina 3 del Corriere della Sera del 18 novembre, di Giovanni Malagò e Enrico Vanzina, sotto il titolo «Il debutto “politico” di imprese e cultura»).

Ma lo scoramento si fa ancor più forte se si analizza la visione politica di Montezemolo e dei suoi adepti. Perché se è vero, come ha sottolineato il patron della Ferrari, che «Siamo qui perché ciascuno di noi, in questi vent’anni perduti, ha almeno una volta provato vergogna nell’essere italiano (…)» c’è da chiedersi – pur tralasciando la domanda, peraltro d’obbligo: «Già, ma lei, e i 6.000 partecipanti a questa bella rimpatriata dove siete stati nel frattempo? All'estero? In letargo, come i ghiri, o le lucertole, o i tritoni?» -, c’è da chiedersi, prima di tutto, se uno che ci mette vent’anni ad accorgersi dello stato drammatico in cui versa il Paese sia il candidato giusto per risollevarlo dalle macerie berlusconiane (e non solo), per fermare il declino, come si usa dire oggi (ai tempi di mia nonna, più prosaicamente, si sarebbe detto «chiudere la stalla quando i buoi sono ormai scappati»).

Io il mio futuro nelle mani di chi ha questi «tempi» di reazione politica sinceramente  non lo metterei.

Dice: «Ma questo è il nuovo che avanza!». E pazienza, se avanza lo butteremo.

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