L'imbrattaweb

17 Dicembre Dic 2012 1127 17 dicembre 2012

Da Mussolini a Ridolini

  • ...

Si è spento il 16 dicembre, all’età di 86 anni, Febo Conti, personaggio televisivo molto noto tra l’inizio degli anni ’60 e la metà degli anni ’70.
Noto soprattutto tra i bambini e i ragazzi di allora – quelli della mia generazione, per intenderci.
Dal 1961 al 1972 Febo Conti condusse uno dei primi quiz televisivi, il popolarissimo «Chissà chi lo sa», con la regia di Cino Tortorella, altro personaggio molto noto dell’epoca (era il «mitico» Mago Zurlì).
Di «Chissà chi lo sa», gara a colpi di domande e risposte e prove di abilità del sabato pomeriggio alla Tv dei Ragazzi tra due classi delle scuole medie di tutta Italia, e che Conti introduceva con un’espressione rimasta assai celebre, «Squillino le trombe, entrino le squadre!», la Mondadori realizzò addirittura, nei primi anni Settanta, anche un bel Manuale (praticamente in «risposta» al più celebre «Manuale delle Giovani Marmotte»).
Prima ancora, dal 1958, Conti divenne celebre per il «personaggio» di Ridolini, una sorta di clown gentile, di Buster Keaton all’italiana, protagonista di brevi comiche mute, trasmesse in Tv per qualche anno, e poi inserite in «Chissà chi lo sa».
Meno noti, forse – e non se ne trova traccia nei «coccodrilli» odierni – alcuni tratti inquietanti che, nella vita privata, caratterizzarono il garbato, gentile e poliedrico Febo Conti.
A cominciare dall’ambiguo rapporto con alcuni personaggi implicati nella strage di piazza della Loggia di Brescia.
Conti fu persino ascoltato, nel 2009, nel corso delle udienze della Terza istruttoria, apertasi nel 2005 e conclusasi nel novembre 2010 con l’assoluzione di tutti gli imputati (neofascisti, uomini dei servizi, ecc.) tra cui Giovanni Maifredi, all’epoca della strage collaboratore del ministero degli Interni (retto dal democristiano Paolo Emilio Taviani) e accusato di inquinamento delle prove.
Febo Conti venne ascoltato perché avrebbe dato ospitalità a Maifredi dopo l’attentato. Secondo un testimone, nel dettaglio, su consiglio del generale Delfino, Maifredi, subito dopo la strage, si sarebbe allontanato da Brescia rifugiandosi su un motoscafo acquistato proprio da Febo Conti.
Certo la testimonianza era piuttosto flebile, ma Conti venne ascoltato perché poteva esserci molta plausibilità nella vicenda, dato che il personaggio televisivo poteva vantare qualche precedente per così dire significativo.
Già aderente alla Repubblica di Salò, Conti veniva indicato, da molti testimoni, come appartenente al cosiddetto «Noto servizio», o anche «l’Anello», una sorta di servizio più segreto dei servizi segreti. Così segreto da essere persino sconosciuto a molti protagonisti della sicurezza italiana. E per questo, per lungo tempo, persino ignorato dai libri e dagli autori che, nell’ultimo quarantennio, si sono occupati di questi temi.
A colmare la lacuna ci ha pensato il bravissimo storico Aldo Giannuli che, nel settembre 2011, dopo un lavoro di scavo e di ricerca certosini durato molti anni, ha pubblicato, per l’editore Marco Tropea, Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro.
Come documenta Giannuli, grande e primo ispiratore e organizzatore del «Noto servizio» fu il generale Mario Roatta, tristemente famoso perché implicato nell’assassinio dei fratelli Rosselli, e, soprattutto, per essere stato lo spietato esecutore dei massacri dei civili e dei comunisti sloveni, su ordine di Mussolini, durante l’occupazione nazifascista.
Roatta fu processato per l’omicidio dei fratelli Rosselli, ma riuscì a fuggire, con la complicità dei carabinieri (al cui comando in quel periodo c’era Taddeo Orlando, anch’egli militare fascista in Slovenia con lo stesso Roatta), prima in Vaticano e quindi nella Spagna franchista, da dove tornò, amnistiato, nel 1966, per morire due anni dopo. Roatta fece però in tempo a fondare il servizio segreto clandestino che ha attraversato la storia italiana almeno fino ai tardi anni ’70, e la cui vita si intreccia, come scrive Giannuli, con le «(…) pagine più nere della storia d’Italia, dal Golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di Piazza Fontana a quella di piazza della Loggia, fino caso Moro».
Insomma, mica roba da Ridolini.

Correlati