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21 Dicembre Dic 2012 1057 21 dicembre 2012

Il venerabile Paolo VI e i nazisti miracolati

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Giovedì 20 dicembre, Benedetto XVI ha promulgato il decreto che attesta le «virtù eroiche» grazie al quale Paolo VI diventa venerabile. Un nuovo, importantissimo passo nella causa di beatificazione di Giovanni Battista Montini, il papa che portò a termine il Concilio Vaticano II indetto da papa Giovanni XXIII.
Ora, per completare il processo, manca solo la certificazione di un miracolo avvenuto per sua intercessione. Ma già ci si sta attivando in tal senso.
A questo proposito, vorrei, sommessamente e umilmente, dare il mio contributo, ricordando, tra l'altro, che Paolo VI fu tra i più attivi uomini della Chiesa cattolica a impegnarsi nel salvataggio dei criminali nazisti, cioè nel sottrarli alle giuste condanne dei tribunali.
Un vero  e proprio miracolo!
Paolo Sesto, allora cardinale, fu per esempio tra figure di maggior spicco, insieme al cardinale americano Francis Spellman (che garantì anche ricchi fondi da parte della Chiesa americana) nella cosiddetta Commissione pontificia assistenza profughi (Pca), creata per iniziativa di Pio XII nel 1944 ufficialmente per assistere i profughi cattolici dei Paesi dell’Europa orientale che all’indomani della Seconda Guerra mondiale si ritrovarono a far parte del blocco sovietico, ma che, in realtà, si adoperò con particolare zelo - e successo - a salvare i criminali fascisti e nazisti.
Per esempio Ante Pavelić, il capo del fascismo croato che, con i suoi ustasha, si era reso protagonista di quello che viene storicamente definito come l’«olocausto dimenticato» (ovvero il genocidio di almeno 800 mila tra serbi, ebrei e zingari).
 Il leader ustasha è poi morto a 70 anni, nel 1959, in un ospedale tedesco in Spagna, con tanto di benedizione di Giovanni XXIII (anche lui, ovviamente, beatificato).
E con Pavelić si può ricordare anche Gerhard Bohne, che si era distinto per aver ideato e formalizzato la giustificazione giuridica alla politica di eutanasia nazista e molti altri ancora.
Il meccanismo messo a punto dalla Pca era perfetto: la Chiesa cattolica forniva ai criminali alloggio e protezione, poi li scortava a Genova, dove venivano presi in carico da un altro prete e militante ustasha, Karl Petranović. Quindi la Croce Rossa rilasciava i documenti necessari, mentre il consolato generale argentino di Genova consegnava i visti, d’intesa con la commissione argentina per l’emigrazione, sobbarcandosi anche i costi di viaggio.
Una volta in Argentina, i criminali venivano presi in carico dalla Caritas croata.
E che si trattasse di croati non era un caso: il fronte clericale a supporto di Pavelić era particolarmente attivo e numericamente significativo.
Tra i partecipanti alle milizie croate va per esempio ricordato l’Arcivescovo di Sarajevo, Ivan Šarić, che componeva lodi in onore di Pavelić, «adorato signore», e nel suo giornale diocesano elogiava i metodi rivoluzionari degli ustascia «al servizio della verità, della giustizia e dell’onore», proprio mentre questi strangolavano il metropolita della città, o mentre all’ottantunenne vescovo di Banja Luka, Platov (o Platon)  - santo ieromartire - venivano ferrati i piedi come a un cavallo, per poi costringerlo a camminare fino allo svenimento, dopo di che gli venivano cavati gli occhi e bruciato il petto, tagliati il naso e gli orecchi.
Un ruolo militante di rilievo svolsero poi Ivo Guberina, capo dell’Azione Cattolica e alla guida delle guardie del corpo dello stesso Pavelić; Bozidar Bralo, sacerdote patrono della famigerata Legione Nera; Dragutin Kamber, gesuita e capo della polizia di Doboj; i sacerdoti Ilija Tomas e Markop Hovko, che presero parte ai massacri consumatisi nei villaggi di Prebilovici e Surmanci, in Erzegovina; Radoslav Glavas, capo dei frati francescani (uno dei cui esponenti di spicco, padre Šimić, andava dichiarando pubblicamente che il programma dei francescani era quello di «Uccidere i serbi nel minor tempo possibile»); Miroslav Filipovic-Majstorovic, soprannominato «Frate diavolo», che, con altri francescani, era responsabile della reggenza del campo di concentramento - e poi di sterminio - tedesco di Jasenovac che, con quelli di Lepoglava, Koprovinika, Visegrad e Zemun, registrò il più alto numero di violenze e uccisioni: oltre 40mila persone.
Un ruolo del tutto particolare ebbe poi monsignor Krunoslav Draganović, stretto collaboratore dell’arcivescovo Šarić, con l’austriaco monsignor Alois Hudal, tra i più efficienti organizzatori della fuga dei criminali nazisti in Paesi compiacenti. Anche Draganović, ovviamente, agì con particolare efficacia nella cosiddetta PCA.
Ora, attendiamo che beatifichino anche Draganović, e la compagnia sarà al completo.

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