L'imbrattaweb

4 Gennaio Gen 2013 1313 04 gennaio 2013

PD: la polpetta è servita

  • ...

Sembra proprio che nella recente storia della politica italiana il connubio tra accordi, alleanze, ma anche divisioni, e cibo sia pressoché imprescindibile.
Ultimo, in ordine di tempo, il «patto delle polpette» (di brasato, per la precisione) con il quale, il 3 gennaio, a Roma, Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, ex rivali alle primarie del centrosinistra, avrebbero raggiunto un accordo sui listini da presentare alle prossime politiche. Ciò in funzione di evitare rotture e dispersioni che potrebbero favorire la cosiddetta «agenda Monti».
Considerata l’asprezza che, durante le primarie, ha caratterizzato lo scontro tra i due piddini, l’augurio è, ovviamente, che non si tratti di polpette avvelenate.
Mozzarelle per Monti
Ma se le polpette sono anti-Monti, le mozzarelle sembrano essere a favore del professore-senatore. Almeno quelle ingurgitate da un manipolo di ex pidiellini e ex berlusconiani (Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella, Roberto Tortoli, Alfredo Mantovano e Giorgio Stracquadanio) che, secondo il Corriere della Sera, si sarebbero ritrovati, lo scorso dicembre, intorno a un tavolo in un ristorante romano all’angolo tra via dei Prefetti e via Metastasio, per stringere un patto finalizzato a sostenere Monti nella riorganizzazione del centrodestra.
Sardine e crostate
Come si diceva, i patti politico-culinari sono un po’ il leit-motiv di questi ultimi vent’anni.
Celebre e antesignano riconosciuto il famoso «patto delle sardine», che risale al 1995, quando, dopo il ribaltone provocato dalla Lega l'anno precedente, Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, allora rispettivamente segretari del Pds e del Ppi, corteggiarono a lungo Bossi, cooptandolo poi per un’alleanza che porterà la Lega a sostenere, con un appoggio esterno, il governo tecnico guidato da Lamberto Dini.
Fu «consegnato» alla storia come patto delle sardine perché pare che, durante l’incontro, avvenuto a casa Bossi, ai suoi due ospiti affamati il Senatùr avesse offerto quel che aveva nel frigorifero, appunto le sardine.
Ma D’Alema è ancora protagonista, solo due anni dopo (siamo nel settembre 1997), di un altro patto celebre, quello (il copyright spetta a Francesco Cossiga) della crostata.
Con «patto della crostata» si definisce l’accordo informale sulle riforme costituzionali che sarebbe stato siglato appunto fra D'Alema, Franco Marini, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini durante una cena svoltasi a casa di Gianni Letta, e la crostata in questione è il dolce che tradizionalmente veniva preparato per gli ospiti dalla padrona di casa, Maddalena Letta. In quell'occasione, pare che Massimo D’Alema si sarebbe impegnato, con la complicità di Claudio Petruccioli, allora presidente della ottava Commissione permanente del Senato, a non fare andare in porto una legge sulla regolamentazione delle frequenze televisive che avrebbe costretto Mediaset (che proprio in quel periodo stava per quotarsi in Borsa) a vendere una rete. Si trattava, in sostanza, di non calendarizzare, per l’intera durata della Legislatura, il provvedimento legislativo.
Va comunque detto che D’Alema smentì sempre questo presunto patto, e, d’altra parte, nessuno seppe mai dire quale fosse stata l’eventuale merce di scambio.
Per pura curiosità, si può anche ricordare che proprio in quell’occasione D’Alema liquidò la cosa come semplice «inciucio» (cioè pettegolezzo privo di fondamento), ma, a causa probabilmente della scarsa conoscenza dei dialetti meridionali da parte dell'intervistatore, al termine fu attribuito un significato distorto, che è poi quello oggi di uso comune.
La frittata di Fini
«Siamo passati dal patto della crostata a quello della frittata». Così, nel 2007, Gianfranco Fini bollò il dialogo, a suo dire clandestino, sulla legge elettorale tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Si trattava della famosa «bozza Bianco», che creò molte divisioni sia all’interno della maggioranza che dell’opposizione, e che vide tra i più agguerriti oppositori i partiti minori della maggioranza (Verdi-Pdci, Sd e Rosa nel Pugno). Clemente Mastella intimò addirittura a Romano Prodi di intervenire personalmente per fare chiarezza sulla riforma, pena l’abbandono dell’alleanza (cosa che poi si verificò comunque). Insomma, la frittata venne fatta in ogni caso (cucinata da mastelliani e diniani). Pajata e polenta Altro giro, altro patto, altro cibo. Questa volta siamo nel 2010, in ottobre per la precisione. Tra piatti romaneschi (compresa l’immancabile coda alla vaccinara, i rigatoni e i vini dei Castelli, quelli romani, però) e settentrionali, si consuma la riappacificazione tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno e la Lega di Umberto Bossi, dopo che una infelice battuta del leader leghista (che in un discorso pubblico aveva tradotto l’acronimo SPQR come «Sono Porci Questi Romani») aveva mandato su tutte le furie non solo Alemanno, ma anche la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, e persino il presidente piddino della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, costringendo addirittura l’allora premier Berlusconi a intervenire per stemperare la polemica. Crocchette avvelenate Non sono vere e proprie polpette, e sono per la verità solo metaforiche, ma sicuramente sono piene di veleno. Sono le crocchette che, nell’ottobre 2012, sono state usate contro Angelino Alfano, favorendo la vittoria di Rosario Crocetta alle regionali siciliane. A confezionare «il piatto» Gianfranco Micciché, che con la sua candidatura (alla guida di una coalizione che abbracciava il partito del governatore uscente Lombardo, i finiani di Fli e naturalmente il Grande Sud dello stesso Micciché) ha spaccato il fronte del Pdl, favorendo appunto il candidato della sinistra. Il riferimento è dunque duplice: alla «crocché» siciliana, celeberrima crocchetta di patate che spopola nell’isola, ma soprattutto gioco di parole basato sulla crasi di Crocetta e Micciché. Ci fosse ancora Bossi… Seppure sommaria e sintetica, questa lista ci fa capire, come dicevo, come politica e cibo vadano sempre più spesso di pari passo. A rischio di indigestione. E allora non possiamo non sottolineare come ci manchi, in questo momento, Umberto Bossi. Lui avrebbe di sicuro liquidato tutto con un sonoro rutto.

Correlati