L'imbrattaweb

6 Febbraio Feb 2013 1107 06 febbraio 2013

Il caso Monte dei Paschi e la selezione delle élite dirigenti

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Nella migliore delle ipotesi (e non ho sinceramente alcun motivo per augurarmi che ve ne siano di peggiori) la vicenda del Monte dei Paschi di Siena almeno una cosa la sta rivelando: l’incompetenza, come banchiere e come uomo di finanza, di Giuseppe Mussari.

Il che ripropone un’annosa quanto delicata questione: come si selezionano le cosiddette élite dirigenti del Paese? E questo al netto dell’altrettanta inadeguatezza di coloro che hanno eletto l’avvocato calabrese prima ai vertici della banca senese («Qual è la probabilità che un giorno il Cda di Citibank, terza banca americana, elegga presidente un avvocato penalista che negli ultimi cinque anni ha presieduto una fondazione di beneficenza e non si è mai occupato di banche?» si chiedeva provocatoriamente il bocconiano Roberto Perotti domenica 27 gennaio, e non sul Fatto quotidiano o sul Manifesto, ma sul Sole 24 Ore) e poi addirittura al vertice dell'associazione bancaria nazionale.

La stessa cosa si potrebbe dire per quanto riguarda la vicenda dei derivati piazzati alle amministrazioni locali.

Non ho certo intenzione di assolvere le banche, sia chiaro, ma sostenere che si è trattato di una specie di «circonvenzione di incapaci» non aiuta a risolvere il problema. Che dovrebbe essere un altro: chi ce li ha messi quegli incapaci a gestire le nostre amministrazioni pubbliche?

Si torna al tema di partenza: chi ha selezionato questi incapaci? Quali meccanismi hanno potuto far sì che si selezionasse una classe dirigente incompetente?

E vogliamo parlare della classe dirigente politica?

Sempre dando per certe la sincerità e la buona fede di Francesco Rutelli, quando afferma che lui e la Margherita sono stati le prime vittime delle frodi dell’ex tesoriere Luigi Lusi (cosa peraltro provata anche in sede giudiziaria, se è vero che Lusi è stato accusato anche di calunnia per aver cercato di sollevare il tema della correità dei rutelliani del partito), c’è da chiedersi quanto possa essere conveniente affidare incarichi di gestione della «cosa pubblica» a chi si fa sfilare sotto il naso milioni di euro della collettività.

Ma lo stesso si potrebbe dire dei vertici del PDL per il caso Fiorito, o quelli della Lega per Belsito. Ma si dovrebbero citare, a questo punto, più o meno tutti, da destra a sinistra, e viceversa. Magari con una bella sosta al centro.

Eppure, lo ribadisco, stiamo parlando di gente che fino a oggi ha esercitato un potere significativo. E proprio per questo si pone con ancor più urgenza, non potendo contare sull’autocoscienza (se a me offrissero, che so, la presidenza dell’Accademia dei Lincei o della Treccani, ne sarei molto lusingato e gratificato, ma credo che dovrei serenamente dire di no), si pone con urgenza, dicevo, la necessità di definire criteri e meccanismi stringenti ed efficaci di selezione della classe dirigente.

Mi rendo conto che non è facile. Non a caso, è da almeno tre secoli, diciamo dal 1700, che centinaia di studiosi, storici, politologi vanno interrogandosi su quali debbano essere i migliori criteri di selezione appunto delle classi dirigenti, e, in particolare, di quelle politiche.

Da Jean Jacques Rousseau in poi, il tema ha appassionato analisti di ogni corrente ideologica, di ogni nazione e ogni continente, dall’Italia alla Francia, dalla Germania all’Inghilterra, fino alle Americhe e all'Africa.

In questo, l’Italia ha prodotto a dire il vero anche grandi contributi, basti pensare ad Antonio Gramsci, Roberto Michels, Gaetano Mosca, Wilfredo Pareto, Giovanni Salvemini, Carlo Rosselli, Luigi Einaudi, Ugo Spirito, tanto per citare i più famosi.

Anche, se, va pur detto, lungi dall’affermare un criterio condiviso, questi studiosi, molto spesso, ci hanno, con le loro teorie, con le varianti delle varianti, oggettivamente complicato la vita.

Con il risultato che oggi, appunto ci ritroviamo comunque con un avvocato penalista che presiede una banca, tecnici che fanno – male – i politici, politici che si occupano – malissimo – di questioni tecniche, burocrati di minuscoli paesini che si misurano con spericolate operazioni finanziarie degne dei thriller di Linda Davies o Stephen Frey.

Henry Sidgwick sosteneva che i politici dovessero essere selezionati in base alle loro qualità etiche. Certo, sarebbe bello, ma credo che se dovessimo seguire questo criterio, saremmo il primo Paese nella storia occidentale a sperimentare una totale e perenne anarchia.

Altri, come Roberto Michels, sostenevano invece che il politico dovesse essere selezionato in base alle sue qualità carismatiche. 
E qui, però, abbiamo purtroppo già dato.

Chissà, forse basterebbe ripristinare le vecchie «scuole di partito»; magari non sforneremmo geni e strateghi, ma efficienti amministratori della cosa pubblica sì.



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