L'imbrattaweb

8 Febbraio Feb 2013 1035 08 febbraio 2013

Foibe: perché io non ricordo

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Il 10 febbraio, sarà celebrata, in tutta Italia, la cosiddetta «Giornata del ricordo», iniziativa istituita con una legge dello Stato, per l’esattezza la Legge n. 92 del 30 marzo 2004, «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Detta così, sembrerebbe non solo una iniziativa storicamente ineccepibile, ma anche umanamente doverosa e meritoria.

Peccato che dietro di essa si nasconda una delle più bieche e subdole operazioni di revisionismo con cui, purtroppo, da diversi anni, si cerca di distorcere la realtà, appunto storica, del nostro passato (basti pensare ai reiterati tentativi di equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani, piuttosto che a quello di revisione forzosa dei testi scolastici di storia...).

Non a caso, la legge, fu istituita grazie alle forti pressioni di Alleanza Nazionale (e purtroppo sostenuta anche dagli allora capigruppo dei Ds e della Margherita, Luciano Violante e Willer Bordon, nonostante le numerose proteste di molti storici e personalità della sinistra, che avrebbero invece voluto caso mai farla precedere da una apposita commissione d’inchiesta).

Dal 2004 a oggi, la vicenda ha suscitato più di una polemica, e più di una controversia, alimentate, per la verità, anche da prese di posizione istituzionali non sempre felici e misurate.

A cominciare dalla gaffe di Giorgio Napolitano che, a differenza del proprio predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, che ebbe almeno, in diverse occasioni, l’accortezza di sottolineare come pur nella doverosa esecrazione dei massacri nazifascisti e delle «vendette» titine, ogni episodio andasse contestualizzato storicamente, arrivò a dichiarare (era il 10 febbraio 2007) come le foibe avessero rappresentato «un momento di odio, di furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Frase che suscitò, giustamente, le rimostranze ufficiali del presidente croato Stipe Mesic, creando il rischio di un vero e proprio incidente diplomatico tra i due Paesi.

Ad alimentare la polemica, anche la controversa quantificazione del fenomeno, affidata appunto quasi esclusivamente alla storiografia revisionista. O, peggio, a storici improvvisati che hanno – è il caso di dirlo – dato i numeri. Basti ricordare che Maurizio Gasparri poté tranquillamente farneticare, senza essere smentito, parlando di milioni di infoibati, mentre si sa che il numero più realistico (cosa che naturalmente non attenua la gravità del fenomeno) è attorno a qualche migliaio.

E poi c’è il tema della, per così dire, «natura qualitativa» delle vittime, perché se la storiografia revisionista, e la destra, parlano genericamente, e volutamente, di italiani (la destra radicale si è spinta a parlare di Olocausto italiano), forse sarebbe più corretto – cosa che fanno gli studi più recenti e più autorevoli - parlare di collaborazionisti del nazifascismo. Il che non significa naturalmente bandire la pietà umana, che non va negata a nessuno. Ma la storia si ricostruisce con l'analisi dei fatti, non con i sentimenti.

La verità è che la lettura revisionista della tragica vicenda tende ad annacquare, per usare un eufemismo, il quadro storico nel quale prese corpo. In altri termini, tende a rimuovere dalla memoria le devastanti violenze dei fascisti e dell’esercito italiano perpetrate ai danni di partigiani e civili sloveni, da cui nacque la altrettanto violenta reazione anti-italiana.

Secondo alcune stime dell’ANPPIA, l’Associazione dei perseguitati politici italiani antifascisti, nella sola Slovenia i fascisti internarono quasi 30mila sloveni e croati, tra cui uomini, donne e bambini, mentre già nell’ottobre del 1941 il Tribunale speciale fascista (che a breve sarebbe stato sostituito da un Tribunale di guerra) pronunciava le prime condanne a morte.

E gli studi più rigorosi parlano di oltre 13mila sloveni e croati morti nei lager in territorio italiano; non meno di 2.500 civili e partigiani fucilati sul posto, cioè durante azioni belliche; 1.500 civili fucilati dopo l’internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri militari; quasi 200 morti per sevizie e torture.

Senza considerare, al di là delle violenze fisiche, la feroce azione di snazionalizzazione perpetrata dal fascismo.

Basti quanto scritto e dichiarato da un testimone «eccellente», lo scrittore Boris Pahor, peraltro considerato anticomunista e, dunque, sgradito al regime jugoslavo postbellico (che gli impedì sempre l’ingresso nel Paese di origine).

«I fascisti mi avrebbero rubato la gioventù» ricorda lo scrittore ora centenario (è nato nell’agosto 1913) in una intervista al Corriere della Sera pubblicata il il 24 agosto 2010: «Eravamo sloveni, ci trattavano da schiavi, ignoranti. I fascisti svaligiarono le nostre biblioteche, distrussero i nostri libri, annientarono la nostra lingua. Dovevamo diventare italiani per forza».

Per questo, secondo Pahor, tirare in ballo gli infoibati, vittime degli jugoslavi, è un modo fuorviante di trattare la storia.

Certo, dice, le barbarie commesse da sloveni e croati, alla fine della Seconda guerra mondiale, sono dati di fatto, «[…] ma non lavano né annullano le atrocità commesse dai fascisti contro di noi, anni prima.»

Insomma, se è giusto tenere vivo il ricordo di un drammatico episodio della storia, è tuttavia sbagliato distorcerne i contorni oggettivi, magari per un puro fine di strumentalizzazione politica (o meta-politica). Col rischio, peraltro, di tradurre una tragedia in una farsa.

A queste condizioni, allora meglio non ricordare. A costo di diventare dei «fuorilegge».

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