L'imbrattaweb

17 Maggio Mag 2013 1430 17 maggio 2013

Kennedy e la "tentazione fascista"

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John Fitzgerald Kennedy ammiratore di Hitler e delle dittature fasciste europee? Pare proprio di sì. A rivelarlo, come riportato anche da Lettera43, un libro di prossima pubblicazione firmato da Oliver Lubrich e intitolato John Kennedy fra i tedeschi. Diari e lettere 1937-45, di cui il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha anticipato, il 16 maggio, alcuni passaggi «forti».

Stando ai documenti inediti scoperti e ripresi dallo studioso, e appunto anticipati dal quotidiano tedesco, per il giovanissimo Kennedy il Führer «Era fatto della stoffa di cui sono fatte le leggende» e non vi era dubbio che «il fascismo sia la cosa giusta per Germania e Italia».

Ma, avverte Lubisch, questo, come altri giudizi, va preso «con le molle»: non si tratterebbe di ammirazione tout court per la politica dittatoriale hitleriana, quanto proprio del riconoscimento di una fascinazione quasi misteriosa emanata dalla persona, anzi, dalla personalità carismatica tipicamente espressa dai dittatori fascisti (su cui, peraltro, molti studiosi del fascismo e in particolare del fenomeno Hitler, a cominciare da Jan Kershaw, si stanno interrogando ormai da quasi settant’anni).

Del resto, sappiamo, dagli storici, che proprio l’esistenza di una leadership carismatica è una delle condizioni pressoché fondamentali per qualificare come fascista, o meno, un partito o un movimento. Indipendentemente, questo è bene sottolinearlo, dalle dimensioni del movimento o dalla sua capacità di arrivare al potere, cioè di instaurare un regime.

Altrimenti non si spiegherebbe il fascino esercitato da leader come il romeno Corneliu Zelea Codreanu, o il belga Léon Degrelle, o lo spagnolo José Antonio Primo de Rivera, ancora oggi venerati come vere e proprie «icone» per esempio dalla destra radicale postbellica, che pure guidarono movimenti tutto sommato di scarso rilievo dal punto di vista per esempio elettorale, e non arrivarono mai, appunto, al potere nei loro Paesi.

Eppure si tratta di leader fascisti capaci di attrarre persino il consenso di intellettuali di primo piano. Leader capaci, cioè, di alimentare quella che lo storico finlandese Tarmo Kunnas ha definito, con mirabile sintesi, nel suo omonimo e strafamoso libro, come «tentazione fascista».

Basti ricordare i romeni Mircea Eliade, Eugéne Ionesco e Emil Cioran, pieni di ammirazione, e non solo, per Codreanu e addirittura collaboratori, a vario titolo, del maresciallo Ion Antonescu, l’ultimo dittatore romeno prima della disfatta bellica. Seppure questa ammirazione e questa collaborazione non siano mai state apertamente riconosciute dai diretti interessati (che strinsero una sorta di «patto del silenzio» sui loro comuni trascorsi), che, anzi, negarono ostinatamente ogni loro rapporto con la Romania fascista.

Ma si può citare anche il giovane Ingmar Bergman, affascinato dal «minuscolo» fascismo svedese, oltreché sincero ammiratore di Hitler.

E si possono ricordare gli inglesi Henry Williamson, Herbert G. Wells, Wyndham Lewis e T.S. Eliot, sostenitori della British Union of Fascists di Oswald Mosley (padre del famoso ex patron della Formula 1, Max).

O, ancora, Fernando Pessoa, l’autore tanto amato dal compianto Tabucchi, che non nascondeva di sentirsi espressione della destra europea, ed era intimo amico, e molto probabilmente collaboratore, di António Joaquim Tavares Ferro, capo della propaganda salazarista.

E il poeta e drammaturgo irlandese William Butler Yeats, premio Nobel per la letteratura 1923, sostenitore del fascismo irlandese delle Camicie Blu di Eoin O’Duffy, o Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, seguace di Vidkun Quisling, capo del famoso governo collaborazionista norvegese.

Per non dire del caso francese (non a caso al centro dell’opera di Kunnas), dove la commistione fra intellettuali e fascismo costituisce un caso forse unico, anche prima della fase ufficialmente «collaborazionista» della Francia (che convenzionalmente viene collocata all’epoca di Vichy).

E se per Kennedy Hitler era una leggenda, per Robert Brasillach, forse il più celebre intellettuale collaborazionista francese (per questo giustiziato nel febbraio del 1945) il Führer era addirittura una sorta di direttore d’orchestra wagneriano, e il fascismo e il nazismo vera e propria «poesia del XX secolo». A cui, va detto, per fortuna la democrazia ha risposto per le rime.





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