L'imbrattaweb

22 Maggio Mag 2013 1835 22 maggio 2013

Il samurai occidentale con l'ossessione per i gay

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Un samourai d’Occident. Così si intitola l’ultimo libro, atteso in libreria per le prossime settimane, e che a questo punto uscirà postumo, quasi un testamento spirituale, di Dominique Venner, lo storico e filosofo francese di estrema destra suicidatosi il 21 maggio a Parigi per protestare contro l’attuale decadenza dei costumi – in particolare contro l’approvazione della legge sul matrimonio tra omosessuali -, realizzando quanto aveva scritto qualche giorno prima sul suo blog, ovvero la necessità di dare vita a un 
«un gesto nuovo, spettacolare e simbolico per scuotere la sonnolenza, scrollare le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini».

Il titolo del libro e il gesto in sé sono stati ricondotti da alcuni osservatori (come abbastanza ovvio), all’ammirazione che Venner aveva sempre pubblicamente dichiarato nei confronti di Mishima Yukio, (l’«Hemingway giapponese», o anche il «D’Annunzio d’oriente», come ebbe a definirlo Alberto Moravia), più volte candidato al Nobel per la letteratura e divenuto, a torto o a ragione, autore cult per la destra radicale di mezzo mondo, anzi, vera e propria icona. E sopratutto anche lui, come l’intellettuale francese, suicidatosi con il rituale del seppuku (quello che noi conosciamo meglio come harakiri) nel novembre 1970, con la motivazione di voler compiere un gesto simbolico contro la decadenza del Giappone.

Un Giappone che, orfano dell’imperatore divino (costretto dalle potenze vittoriose nella Seconda guerra mondiale a dover riconoscere la propria natura semplicemente «umana»), aveva intrapreso la strada di una modernizzazione spinta che ne avrebbe distrutto ogni legame con la storia e la tradizione.

Può essere curioso segnalare che Venner, fieramente e fortemente omofobo, tanto da arrivare al gesto simbolico estremo proprio contro il matrimonio tra omosessuali, fosse così pieno di ammirazione e venerazione per Mishima che, come ormai ampiamente dimostrato, era gay (tanto che, addirittura, qualcuno è arrivato a sostenere che il suicidio dello scrittore giapponese si debba ricondurre al cosiddetto shinju, ovvero un doppio suicidio d’amore, dopo una travolgente passione omosessuale per il suo principale giovane collaboratore - Morita Masakatsu, incontrato nell’estate precedente all’Università Waseda e di cui pare Mishima si fosse perdutamente invaghito – non a caso anche lui suicida con lo scrittore).

E va anche ricordato come pullulasse di omosessuali l’ambiente degli intellettuali francesi cosiddetti collaborazionisti del nazismo (più propensi, come ha ricordato qualcuno, ad andare in deliquio per gli occhi azzurri e le gambe muscolose dei soldati tedeschi che marciavano per vie di Parigi che non per il Mein Kampf di Hitler) che sono stati richiamati in queste ore dai giornali per inquadrare il «pantheon» dei pensatori di riferimento di Dominique Venner.

Da Robert Brasillach, forse il più celebre tra i «collabos» (anche perché, unico condannato a morte dal Tribunale francese, ha assunto l'aura di martire per la destra radicale postbellica) a Henry de Montherlant - che in realtà non dichiarò mai la sua omosessualità, anche se era di dominio pubblico l’espulsione dalla prestigiosa scuola di Sainte-Croix de Neully, avvenuta perché scoperto a intrattenere una relazione sessuale con un compagno più giovane-, da Maurice Sachs, in verità personaggio minore, a Marcel Bucard, soprannominato «la Grande Marcella», fondatore di un piccolo partito nazista, il partito dei Francistes, dall’attore Robert Coquillard (le Vigan), amico di Céline, che faceva lo speaker a Radio Paris, la radio nazista di Parigi a Roger Peyrefitte, autore del celeberrimo, e in buona parte autobiografico, Le amicizie particolari (1943).

E omosessuali dichiarati erano lo scrittore André Fraigneau (di cui si innamorò, invano, Margherite Yourcenair), Paul Morand, ex diplomatico poi convertitosi a tempo pieno alla scrittura, il musicista Francis Poulenc, figlio di Emil, titolare della famosa casa farmaceutica Rhone-Poulenc, e Abel Hernant, eletto all’Accademia di Francia nel giugno 1927.

E si possono poi citare Abel Bonnard, soprannominato la «Gestapette», e Jaques Benoist-Méchin, entrambi ministri del governo di Petain.

E molto ambiguo era anche il più richiamato tra i referenti intellettuali e ideologici di Venner, Pierre Drieu La Rochelle, il fascista «dandy» che Sartre descrisse come «un borghese esteta che amava i ragazzi facili e gli occupanti virili».  Del resto, lo stesso Drieu La Rochelle, nei suo diari, non si era risparmiato in appunti per lo meno equivoci ed è rimasta celebre una sua dichiarazione: «Per anni dopo l’altra guerra si è creduto che mi interessavano soprattutto le donne. In effetti mi interessavano molto di più gli uomini».

Chissà, fosse stato ancora vivo, Drieu La Rochelle, di sicuro il più anticonformista dei collaborazionisti, avrebbe persino potuto sposare la causa dei matrimoni gay, e chissà che Venner non si sarebbe così convinto che il progresso deve fare il suo corso.

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