L'imbrattaweb

17 Giugno Giu 2013 0905 17 giugno 2013

Raduno naziskin a Milano, perché stupirci (e indignarci)?

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All’indomani del «fattaccio», ovvero del concerto-raduno dei naziskin europei tenutosi a Milano (zona Rogoredo) il 15 giugno, i giornali hanno riempito pagine e pagine per dare conto dello sdegno e della condanna unanimi espressi da tutti i «democratici».

Ora, a parte che dell’indignazione e della condanna ex-post si potrebbe discutere a lungo, mi chiedo perché tanto stupore e tanta indignazione.

Mi spiego meglio.

Da anni, con tutta la modestia dei miei mezzi, vado sostenendo che pochi Paesi come l’Italia, dal dopo-Guerra a oggi, abbiano dato spazio, anche a livello istituzionale, a uno strisciante revisionismo storico che non può che renderci permeabili a rigurgiti di nostalgismo e quindi anche a offrire il destro (è il caso di dirlo) perché fenomeni e manifestazioni di questo tipo trovino spazio di espressione.

Siamo o non siamo il Paese che sin dal 1947 ha accolto in Parlamento i fascisti salotini (mentre criticavamo il proliferare di rigurgiti neonazisti in Germania, quella Germania che, almeno fino a prova contraria, non ha mai ammesso in Parlamento gli eredi «ufficiali» del Terzo Reich), in barba a qualsiasi norma sul divieto di ricostituzione del partito fascista e della legge che puniva il reato di apologia di fascismo?

Siamo o non siamo il Paese, per venire ai nostri giorni, che conta decine di strade, piazze – persino un ponte – dedicate allo «statista» Giorgio Almirante?

Siamo o non siamo il Paese che, in nome di un non si capisce bene (o forse si capisce benissimo) concetto di «pacificazione nazionale», nel 2004, sotto le forti pressioni non a caso di Alleanza Nazionale, ha istituito (peraltro con il convinto assenso degli allora capigruppo dei DS e della Margherita, Luciano Violante e Willer Bordon) una legge per celebrare la «Giornata del ricordo» dedicata alla memoria della tragedia delle foibe, vero e proprio «mostro» di a-criticità e di de-contestualizzazione storiche?

Siamo o non siamo il Paese che tenta ormai da decenni (per fortuna fino a oggi senza esito) di riabilitare i fascisti repubblichini elevandoli al rango di combattenti o equiparandoli addirittura ai partigiani?

Siamo o non siamo il Paese che ha permesso che si presentasse un disegno di legge per istituire una commissione parlamentare «sull’imparzialità dei libri di testo scolastici», cioè, tradotto, per riscrivere in chiave revisionista la nostra storia recente?

Siamo o non siamo il Paese che, ancora nel 2012, ha permesso l’insulto e lo sconcio della costruzione, peraltro finanziata anche con soldi pubblici, di un monumento-mausoleo intitolato al «macellaio» fascista Rodolfo Graziani?

Ora, di fronte a tutto ciò, pur senza voler sottovalutare l’accaduto, mi pare che davvero il raduno di qualche centinaio di naziskin sia l’ultimo dei problemi.

E inviterei i «democratici» ad alzare la loro soglia di attenzione.

Se ci sta a cuore la nostra democrazia, non è tanto a Rogoredo che bisogna guardare, ma a Roma.

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