L'imbrattaweb

28 Giugno Giu 2013 1544 28 giugno 2013

Matrimoni gay. E se i «Pink Elephants» americani li appoggiassero?

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«È una decisione sbagliata. L'ennesimo esempio di una certa supremazia della giustizia sulle decisioni prese dai politici». Così Chris Christie, governatore del New Jersey, dato da molti come prossimo candidato per la corsa repubblicana alla Casa Bianca, commenta la decisione della Corte Suprema statunitense che, il 26 giugno, bocciando perché incostituzionale il cosiddetto Defence Marriage Act (Doma), cioè la legge federale americana secondo cui il matrimonio è solo quello tra uomo e donna, ha spalancato le porte al riconoscimento del matrimonio tra omosessuali.

Decisione, è bene sottolinearlo, passata grazie al voto favorevole di un giudice repubblicano, Anthony Kennedy, voto che ha fatto la differenza.

Ora, attraverso le parole di Christie, i Repubblicani preannunciano una dura battaglia al Congresso. Ma sono in molti a scommettere sulle possibili divisioni interne al partito, come, in fondo, dimostra lo stesso voto di Kennedy.

D’altra parte, si sa che anche nel mondo politico repubblicano alberga una non proprio insignificante comunità (o lobby come è più di moda dire oggi) gay. Fino a oggi più o meno «velata» e clandestina, ma che potrebbe, proprio in virtù di questa occasione, prendersi qualche «rivincita».

Perché, si sa, che fino a oggi i gay repubblicani non hanno avuto vita facile.

Basti ricordare quanto successe durante l’amministrazione di Bush (2006), quando scoppiò lo scandalo dei cosiddetti «paggetti» che vide coinvolto il deputato e leader repubblicano Mark Foley (in quel momento, peraltro, alla guida della Commissione parlamentare per la protezione dei minori…), costretto a dimettersi perché travolto da uno scandalo a sfondo omosessuale (con derive pedofile) che rischiò persino di mettere in discussione la stabilità del Governo.

Perché a suscitare il terremoto, più che l’accaduto in sé, fu soprattutto il fatto che gli abusi compiuti – o almeno tentati - da Foley su giovani stagisti, anche minorenni, ossia liceali ospitati alla Camera, pare avessero trovato la «copertura» addirittura del presidente della stessa Camera, Danny Hastert (che ha però sempre negato questa copertura, sostenuto, in questo dal partito che, a propria volta, gridò al complotto da parte dei Democratici; per la verità con scarso successo).

Come scrisse allora Vittorio Zucconi in una corrispondenza per la Repubblica (9 ottobre 2006), «I paggetti sedotti dal deputato repubblicano pedofilo erano minorenni. Lo sapevano tutti, ai vertici del partito di “Dio, Patria, Guerra e Famiglia”, nei bar gay della capitale, nei corridoi del Parlamento, che l’ufficio di quel deputato così deciso a salvaguardare i “valori morali” dell’America contro i “sodomiti” e a proteggere i fanciulli dai predatori sessuali (come lui) alla testa della sua “Commissione per la salvaguardia dei minori”, era in realtà una Cage aux folles dove i fattorini minorenni, i “paggetti” entravano a loro rischio e pericolo… E ora la destra cristianissima e omofoba, nocciolo del partito di Bush, rabbrividisce al pensiero che non soltanto uno dei suoi leader era un molestatore, forse un violentatore, di ragazzini. Ma che i suoi superiori, alla Camera, al Senato, forse anche più in su, sapevano, tacevano, sopivano.»

La vicenda Foley, come spiegava poi Zucconi, alzava quindi «il coperchio sulla ipocrisia dei “neo crociati”. Si scopre un’altra ovvia verità, che all’interno dei repubblicani, altri sono gay, che non è certamente reato,… ma che li costringe a una doppia vita di menzogne, nascondendo la propria sessualità al lavoro e riservandola ai locali attorno a Dupont Circle, il quartiere dove la comunità gay si concentra. Si sono dati un soprannome ironico, i Pink Elephants, gli elefanti rosa, dal pachiderma simbolo del loro partito, quell’elefante che ora i settimanali come Time disegnano di schiena, terrorizzato da questo scandalo radioattivo.»

Chissà, magari sulla prossima copertina di Time, quell’elefante rosa non sarà più ritratto come terrorizzato, ma fiero e orgoglioso di potersi finalmente mostrare in pubblico.

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