L'imbrattaweb

21 Settembre Set 2013 1043 21 settembre 2013

Sono solo canzonette (da Nobel?)

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Mancano poco meno di tre mesi all’assegnazione dei premi Nobel (la data ufficiale è il 10 dicembre, ricorrenza della morte di Alfred Nobel) e, come di rito, comincia il «toto» nomination. Soprattutto per quel che riguarda la letteratura, ovviamente l'onorificenza più popolare.

Il 20 settembre, a sorpresa, nella rosa dei candidati, è spuntato anche il nome di Roberto Vecchioni (inserito in una ristretta rosa di cantautori-poeti: Leonard Cohen, anche lui in qualche modo «new entry», e Bob Dylan, ormai una sorta di candidato fisso, almeno negli ultimi anni).

Certo, la candidatura del cantautore e professore milanese si presta a molte considerazioni.

Qualcuno, come Andrea Colombo, su Libero del 21 settembre, non si è fatto pregare nel «massacrare», come si dice, la potenziale nomination di Vecchioni. Ma il commento di Colombo è intriso di critica politica (si sa, Vecchioni è di sinistra…).

Personalmente non mi interessa l’appartenenza politica di Vecchioni. E non conosco la sua opera musicale (se non per quel che passano radio e TV), e men che meno conosco la sua opera letteraria (poesie e libri per ragazzi).

Faccio però – e mi spiace doverlo ammettere – una considerazione un po’ «crociana» (e da questo punto di vista certamente un po’ rigida e schematica), ma insomma, la letteratura è la letteratura (sintesi di forma e contenuto, diceva il grande filosofo e critico letterario napoletano).

Perché se nessuno può negare, in senso lato, come riconosce anche Colombo, che il confine tra musica e poesia è spesso molto sfumato, il confine tra la letteratura e le altre forme di espressione è ben evidente.

In questo senso, trovo che Vecchioni, Cohen o Dylan siano la stessa cosa (e sarebbe stato lo stesso con Guccini, De Gregori, Bruce Cockburn, Joni Mitchell o chi volete voi).

Per dirla tutta: Dylan non è Murakami.  Ma non mi voglio certo avvitare in un confronto gerarchico di contenuti (sarebbe troppo facile oggettivamente, nel nostro caso, confrontare per esempio Kafka sulla spiaggia o 1Q84 con Samarcanda o Luci a San Siro, ma anche con Blowin’ in the wind o Suzanne).

Io dico di più: dico che la letteratura non è nemmeno poesia o teatro. Sennò perché dovremmo fare questi distinguo categoriali?

Colombo sostiene, è vero, anche un’altra cosa molto condivisibile: ammette cioè, tra le righe, che le candidature, lui si riferisce naturalmente solo ai due cantautori d’oltreoceano, potrebbero anche essere intese come riconoscimento – in senso lato – alla cultura pop, ovvero alla capacità che questa cultura ha avuto di influenzare stili di vita, di gusto, persino di «visioni del mondo», ecc. Insomma, di segnare, come si dice, un’epoca.

Giustissimo.

Ma allora perché non istituire il Nobel alla musica? In fondo non esiste ufficialmente nemmeno quello per l’economia, eppure in qualche modo si surroga a questa mancanza con un escamotage, ovvero con il premio dato dalla Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel.

Si potrebbe benissimo fare lo stesso con la musica.

E naturalmente avrei già il mio candidato ideale, anche se purtroppo non più vivente: «Frank V. Zappa, american composer, 1940 – 1993».

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