L'imbrattaweb

14 Ottobre Ott 2013 1215 14 ottobre 2013

Il funerale negato a Priebke? Una new wave per la Chiesa

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«Non sono previste esequie per Erich Priebke in una chiesa di Roma». Con queste parole, don Walter Insero, portavoce del Vicariato, ha smentito la voce diffusa dall’avvocato e tutore del defunto criminale nazista, Paolo Giachini, secondo la quale per l’ex SS si sarebbe regolarmente celebrata una funzione funebre nella Capitale.

Dal Vicariato, fanno anche sapere che la posizione della Chiesa è netta ed è frutto di una meditata riflessione, tenendo conto dei motivi di opportunità e probabilmente anche per non creare sconcerto tra i fedeli, visto che Priebke, fino all'ultimo, anche negli scritti che ha lasciato, non ha dato segni di pentimento, e non ha arretrato di un millimetro dalle tesi negazioniste.

Non si sa bene se alla base della decisione presa dalla Chiesa ci sia o meno il canone 1184, che stabilisce il divieto di funerali cristiani per coloro che non si sono pentiti prima della morte e che coi loro peccati manifesti potrebbero dare «pubblico scandalo ai fedeli»; quel che è certo è che nessuna chiesa romana ospiterà le esequie di Erich Priebke.

Cosa che ha portato Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, a dichiarare che «La decisione presa dal Vicariato è unica nella storia».

E, in effetti, lo è. Non so se anche in questa scelta si debba scorgere l’intervento diretto di papa Francesco, ma se così fosse sarebbe un’ulteriore conferma della «new wave» impressa da Bergoglio allo «stile» della Chiesa. Uno stile che – per stare allo stretto tema dei rapporti con i criminali nazisti – si può come minimo definire «imbarazzante».

Non si contano ormai più i saggi sui rapporti tra Chiesa e nazismo. E gli storici si sono più o meno equamente divisi tra coloro che hanno sostenuto la tesi delle complicità, o quantomeno dell’ambiguità di tali rapporti, e coloro che hanno sempre respinto con sdegno la tesi «collaborazionista». Personalmente trovo molto più puntuali i primi.

Diciamo pure che San Pietro vanta una lunga e consolidata tradizione «criminal friendly», basti ricordare l’aiuto fornito dai papi e dai loro accoliti ai molti criminali di guerra nazisti e fascisti.

Se ne può ricordare qualcuno particolarmente eclatante.

A cominciare da Gustav Celmiņš, leader dei fascisti lettoni, che poté entrare indisturbato negli Stati Uniti nel 1950 grazie all’aiuto dell’Intermarium, una rete di salvataggio di criminali fascisti creata originariamente negli anni ‘20 da un gruppo di esuli russi anti-bolscevichi come organizzazione segreta con lo scopo di fornire assistenza agli anti-comunisti dell’Europa orientale e sostenuta da Pio XII e dal Vaticano, nonché finanziata dai servizi segreti britannici e americani (da cui lo stesso Celmiņš venne assoldato).

E sempre per iniziativa di Pio XII fu creata nel 1944 la cosiddetta PCA, ovvero la Commissione pontificia assistenza profughi, le cui figure di maggior spicco erano il cardinale Giovanni Montini, futuro Papa Paolo VI, e il cardinale americano Francis Spellman (che garantì anche ricchi fondi da parte della chiesa americana).

Creata ufficialmente per assistere i profughi cattolici del Paesi dell’Europa orientale che all’indomani della Guerra si ritrovarono a far parte del blocco sovietico, la Commissione, in realtà, si adoperò con particolare zelo – e successo – a salvare i criminali fascisti e nazisti; per esempio Ante Pavelić, il capo del fascismo croato che, con i suoi ustasha, si era reso protagonista di quello che viene storicamente definito come l’«olocausto dimenticato» (ovvero il genocidio di almeno 800 mila tra serbi, ebrei e zingari). Il leader ustasha morirà settantenne, nel 1959, in un ospedale tedesco in Spagna, con tanto di benedizione di Papa Giovanni XXIII.

Con Pavelić si può ricordare anche Gerhard Bohne, che si era distinto per aver ideato e formalizzato la giustificazione giuridica alla politica di eutanasia nazista, e molti altri ancora.

Il «meccanismo» messo a punto dalla PCA era perfetto: la Chiesa cattolica forniva ai criminali alloggio e protezione, poi li «scortava» a Genova, dove venivano nascosti da un altro prete e militante ustasha, Karl Petranović, fino a che la Croce Rossa non rilasciava i documenti necessari, mentre il consolato generale argentino di Genova consegnava i visti, d’intesa con la commissione argentina per l’emigrazione, sobbarcandosi anche i costi di viaggio. Una volta in Argentina, i criminali venivano presi in carico dalla Caritas croata.

Altro criminale salvato e ospitato dal Vaticano fu Ivan Mihajlov, che con la sua VMRO, organizzazione nazionalistica macedone sostenuta anche economicamente dal fascismo italiano, si era reso protagonista di un incessante numero di attentati terroristici e feroci massacri dei movimenti comunisti e antifascisti. Mihajlov era giunto in Italia nel 1948 sotto falsa identità per stabilirsi a Roma, direttamente protetto da un cardinale croato, dove aveva vissuto indisturbato fino al 1991, anno della sua morte.

E grazie al Vaticano (e ai Carabinieri) poté riparare nella Spagna franchista e scampare così alla legge marziale il Generale Mario Roatta, feroce repressore degli antifascisti soprattutto sloveni, e implicato nell’omicidio dei fratelli Rosselli (Roatta, amnistiato nel 1946, rientrerà in Italia per fondare un servizio segreto clandestino, denominato «il Noto servizio», ma conosciuto anche come «l’Anello»,  che ha attraversato la storia italiana almeno fino ai tardi Anni 70, intrecciando la propria attività con le pagine più nere della storia d’Italia, dal golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di Piazza Fontana a quella di piazza della Loggia, fino al caso Moro).

E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Ecco perché, come giustamente osserva Pacifici, la presa di posizione della Chiesa romana su Priebke appare davvero «unica nella storia».

Basta che ora non ci debba impastoiare nei meandri della discussione canonica e non intervenga qualche fine esegeta canonista a rovinare tutto.















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