L'imbrattaweb

29 Ottobre Ott 2013 1217 29 ottobre 2013

Lou Reed e la solita retorica post-mortem

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«Genio della musica», «icona intramontabile».

Ma non è che esageriamo un po’?

Per carità, ottimo musicista, Lou Reed, ma insomma, non mi pare che negli ultimi quarant’anni questo signore, con quel viso inquietante, un po’ Sergio Endrigo riccioluto, un po’ Boris Karloff versione Frankenstein, abbia lasciato così tanti capolavori, tali da illuminare la storia del Rock.

Sempre che io non mi fossi distratto. Tutto può essere.

Eppure, io che mi sono formato musicalmente tra la fine degli anni’60 e i ’70 (e che lì sono rimasto, lo confesso, convinto che il Rock con la R maiuscola, con la sola eccezione di Frank Zappa, sia morto ufficialmente nel 1979), se dovessi compilare una lista diciamo dei primi 20-30 tra gruppi e musicisti che hanno segnato la storia del Rock non inserirei il musicista scomparso lo scorso 27 ottobre, ma non per disistima, ma perché a parte il celebre «dudududù» (persino più celebre dell’attuale Dudù pascaliano), immortalato anche nella versione italiana, intitolata I giardini di Kensington, di Patty Pravo (per dirvi come sono attento), sinceramente non ricordo altro di così incisivo.

Quanti, per esempio, inserirebbero Rock’n’Roll, o Heroin, o Sweet Jane tra i primi dieci brani Rock che ricordano?

Quanti, senza l'aiutino del tweet del Cardinal Ravasi, avrebbero citato Perfect Day?

E mi piacerebbe condurre un sondaggio – magari non a caldo – tra i miei coetanei…

Magari tra i CD infilati negli scaffali avranno anche Transformer, ma non credo altro (salvo i fans specifici, ovviamente).

Si vabbe’, i Velvet Underground, la «musa» Nico (non capirò niente, ma a me è sempre sembrata una sorta di Yoko Ono in versione teutonica, forse lievemente più intonata, ma mica tanto), le «atmosfere acide, trasgressive, nichiliste» e bla bla bla, mi sta bene tutto. Ma da qui a farne una figura di musicista-mito, di genio, ce ne corre.

E a riprova che siamo in un terreno poco Rock, in senso classico, vale la pena di ricordare che proprio il primo e celeberrimo disco dei Velvet Underground, quello con la strafamosa banana fallica di Warhol in copertina, per intenderci, venne, e viene tuttora, definito come «una pietra miliare per le band del punk, della new wave e perfino del post-rock».

Appunto. E che c’azzeccano il punk e la new wave col Rock? Per me, purista, al massimo si tratta di «degenerazioni».

In questa piccola sbornia retorica, non mancano poi - come sempre succede in questi casi - le comiche involontarie, vedi Pierluigi Battista che ha twittato: «dopo Califano, Lou Reed, che tristezza».

Che è come se uno dicesse – mi auguro tra 50 anni - «dopo Orietta Berti, Joni Mitchell, che tristezza», o che so, sempre tra 50 anni, anzi facciamo tra 80 anni: «dopo Murakami, Fabio Volo»; «Dopo Quentin Tarantino, Leonardo Pieraccioni» e così via.

Insomma, ancora una volta sembra che nessuno resista all’impulso della retorica post-mortem, anche a costo di sfiorare il ridicolo.

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