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4 Novembre Nov 2013 1238 04 novembre 2013

Lazio dorata (e nera)

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Non si placano le polemiche per lo striscione esposto dai tifosi biancocelesti della curva nord dello Stadio olimpico durante la partita Lazio-Genoa del 3 novembre, e inneggiante ad Alba Dorata; per la precisione a Manolis Kapellonis e Yorgos Fundulis, i due giovani attivisti del partito neonazista greco uccisi a colpi di arma da fuoco venerdì 1° novembre davanti a una sede del partito, nel quartiere ateniese di Neo Eraklio.

Le polemiche non si placano anche perché questo è solo l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di episodi - anche clamorosi - di inneggiamento al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e, negli anni passati, anche all’antisemitismo, di cui si sono resi protagonisti i tifosi laziali.

Qualcuno sostiene che i tifosi della Lazio siano storicamente di destra perché provengono (a differenza di quelli romanisti) dai quartieri meno «popolari» e per questo a maggior vocazione di destra, tipo Parioli, piazza Bologna, quartiere Trieste/Nomentano, corso Francia. Ma sembra una motivazione piuttosto schematica (oltreché generica) e risibile.

Piuttosto, vale la pena di ricordare come il club laziale presenti, nel corso della sua storia, anche calciatori e dirigenti molto vicini alla destra più estrema.

Basti pensare al saluto romano più volte esibito a metà anni 2000 dal capitano Paolo Di Canio (che ebbe per l’occasione la solidarietà di Alessandra Mussolini, un nome una garanzia, mentre Berlusconi difese il giocatore parlando di «Un ragazzo per bene, non fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po' esibizionista»), che per la «reiterazione» del gesto si beccò anche multe, squalifiche, creando persino polemiche a livello internazionale, tanto che lo stesso segretario della FIFA, Joseph Blatter, minacciò dure sanzioni contro il giocatore.

Di Canio, in realtà, con il suo gesto provocatorio, e liberatorio, sembrava voler confermare un inquietante legame con l’estrema destra che da sempre accompagna la squadra biancoceleste.

Qualcuno ricorda anche come lo stesso Mussolini, ancorché tiepido tifoso, avesse comunque preso la tessera di socio laziale e non di rado si presentasse sulle tribune della Rondinella per seguire le partite della seconda squadra romana.

Ma i legami più stretti sono quelli con il mondo neo (o post, se preferite) fascista.

A cominciare dalla breve quanto controversa presidenza di Ernesto Brivio (soprannominato «L’ultima raffica di Salò»), alla guida della Lazio tra la fine del 1962 e l’inizio del lontano 1963.

Volontario nella Repubblica Sociale Italiana, consigliere comunale Msi a Roma con una campagna elettorale faraonica premiata da 35.000 preferenze, Brivio, ex brigatista nero e collaboratore del dittatore cubano Fulgencio Batista, ufficialmente produttore cinematografico (ma la sua effettiva consistenza patrimoniale rimase sempre un mistero) sparì nel nulla, ricercato dall’Interpol e dal Tribunale fallimentare con l'accusa di bancarotta, dopo essere anche stato ferito da un’arma da fuoco durante un episodio rimasto oscuro.

E molto vicino all’estrema destra (era per esempio grande finanziatore del Msi) fu Umberto Lenzini, il facoltoso immobiliarista romano che tutti ricordano alla presidenza della Lazio degli anni d’oro, la Lazio allenata da Tommaso Maestrelli e che nel 1974 si aggiudicò il suo primo scudetto.

C’erano molti giocatori straordinari in quella squadra, dal portiere Felice Pulici ai terzini Sergio Petrelli (ex romanista) e Luigi Martini, dal mitico libero Giuseppe «Pino» Wilson a Giancarlo Oddi, Luciano Re Cecconi, Giorgio Chinaglia, Mario Frustalupi ecc. fino a un giovanissimo Vincenzo D’Amico.

Molti campioni, ma anche molti simpatizzanti dichiarati di estrema destra.

«Gigi» Martini, per esempio, che dichiarò pubblicamente di votare Msi (di cui diventò deputato, dopo la carriera calcistica) e anche Re Cecconi e Petrelli, che avevano fama di di vicinanza al partito neofascista, mentre Chinaglia non faceva mistero di essere un grande ammiratore del leader missino Giorgio Almirante (lo aveva detto pubblicamente nel 1972, per esempio, anno del boom elettorale del Msi).

Si dice anche che loro e altri giocatori giocassero con le catenine ornate di croce celtica, ma nessuno lo ha mai provato; mentre è provato che molti giravano armati, e spesso, nei lunghi ritiri in un albergo dell’estrema periferia romana, ingannavano il tempo col tiro a segno.

Si racconta anche di qualche scherzo pericoloso, per esempio l’iniziazione dei nuovi acquisti che consisteva nello sparare, al malcapitato, in mezzo alle gambe, vicino ai testicoli.

E sarà proprio uno «scherzo» finito male, quello di una finta rapina, che costerà la vita a Luciano Re Cecconi (episodio che in qualche modo decretò la fine dell'epoca di una Lazio che, nel suo «Pistole e palloni» del 2004, Guy Chiappaventi definiva come  «squadra di pazzi, selvaggi e sentimentali, militanti missini, pistoleri e paracadutisti, giocatori d'azzardo e ballerini di night club»).

Era la sera dell’8 gennaio 1977, quando il giocatore, con due amici si presentò in una gioielleria di Roma, nella tranquilla e decentrata zona della collina Fleming, per ritirare alcuni prodotti.

Quando i tre entrarono nel negozio, Re Cecconi s’inventò lo scherzo di fingersi un rapinatore e, con il bavero alzato e la mano destra nella tasca del cappotto a mimare la minaccia di una pistola, esclamò «Datemi tutto, questa è una rapina!».

Purtroppo per lui, il titolare, che non era un tifoso e non lo aveva riconosciuto, reagì sparando al petto del giocatore, che morì mezz’ora dopo.

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