L'imbrattaweb

2 Dicembre Dic 2013 0915 02 dicembre 2013

Dedicato a Frank Zappa, a vent'anni dalla morte (sperando che nessuno se ne ricordi)

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Il prossimo 4 dicembre, saranno trascorsi vent’anni esatti dalla morte di Frank Zappa. E, come tutti gli «zappiani» d.o.c., già comincio a tremare al solo pensiero che qualche critico musicale nostrano se ne ricordi e decida di cimentarsi in qualche «celebrazione», sciorinando, per l’occasione, tutto l’armamentario di imprecisioni, superficialità, improvvisazione e sciocchezze che, purtroppo, nel tempo ha accompagnato mediaticamente le varie ricorrenze legate al compositore americano. Per esempio in occasione della scomparsa del musicista, avvenuta appunto nel 1993, o, peggio ancora, nella ricorrenza dei dieci anni dalla morte.

Dite che esagero? Ecco allora qualche esempio, diciamo le migliori, o peggiori, chicche che avevo raccolto tra i «coccodrilli» pubblicati all’epoca, e che riporto fedelmente, tralasciando, per amore di carità, le illustri firme.

Zappa era nato il 21 dicembre del 1940, ma per l’Indipendente (nel 1993 era ancora in edicola) era il 23 dicembre.

Era nato a Baltimora - ma per qualcuno a Los Angeles - da: una famiglia siciliana, una famiglia greco-siciliana; una famiglia italo-americana.

Per i più romantici, era nato da una famiglia di immigrati siciliani. Forse è per questo che «Zappa amava l’Italia» (La Stampa). Ma forse è sempre per questo che «Zappa non nutriva grande simpatia per il nostro Paese» (il Manifesto).

Zappa, che si era auto-soprannominato (?) Duke of the prunes, lo aveva fatto (Il Gazzettino) con chiaro riferimento alle proprietà lassative del frutto; anzi, con chiaro riferimento all’allusività sessuale del frutto (Il Mattino).

Passando all’apprendistato musicale, secondo i nostri critici Frank Zappa aveva cominciato a suonare la batteria a 10 anni, a 12 anni, a 13 anni; mentre la scoperta della chitarra avveniva, a piacere, a 14, 15, 16 e 18 anni, quando fondò la prima band (che ovviamente aveva i nomi più disparati).

Le celebri Mothers of Invention originariamente chiamate Muthers (???) – la Repubblica - vennero invece create, sempre a piacere, tra il 1963 e il 1966.

Tutti d’accordo, invece, sul numero dei dischi realizzati fino al fatidico 1993: 40 per il Gazzettino, oltre 50 per La Stampa e altri; 61 per il Corriere della Sera (fuochino), che nei 61 comprendeva però anche Civilization: Phaze III, realizzato e annunciato sì nel 1993, ma pubblicato nel 1994; anche più di 100 per Il Giorno, il Manifesto, L’Unità e Avvenire (per la cronaca, sarebbe bastato una banale conta per scoprire che il numero esatto, riferito naturalmente alla discografia ufficiale, era 64).

Uniformità di pareri anche su un momento di particolare rilievo artistico nella vita musicale di Zappa, ovvero la collaborazione con Pierre Boulez (che dirigerà le musiche zappiane nell’album The perfect stranger del 1984): per Avvenire, Zappa era riuscito a «pietire la bacchetta del maestro» francese perché incidesse alcune sue composizioni; mentre Il Manifesto si chiedeva quale «mistero» avesse portato Boulez a misurarsi con la musica zappiana.  Più pragmatico, e informato, il domenicale del Sole 24 Ore che sosteneva invece come Boulez, essendo un grande ammiratore del compositore di Baltimora (cosa ribadita dallo stesso Boulez in diverse interviste), si fosse proposto sua sponte per l’iniziativa.

E sempre a proposito di grandi conduttori, diversi giornali attribuirono a Zubin Metha la direzione orchestrale dell’album 200 Motels, ma Metha diresse la Filarmonica di Los Angeles solo in una celeberrima performance nel maggio 1970, di cui resta un memorabile, e pressoché introvabile, bootleg, mentre la versione discografica – e cinematografica - ufficiale (1971), arricchita da alcuni nuovi brani, venne condotta da Elgar Howarth (e l’orchestra era la Royal Philharmonic di Londra).

Altre apparizioni fantasmatiche quelle delle chitarre sul palcoscenico: Il Giorno, per esempio, precisava che Zappa in concerto usava solo una Gibson Les Paul e una Fender Stratocaster; peccato che, nella stessa pagina, nel box accanto all’articolo principale, si leggesse: «…una chitarra cambiata in continuazione, scambiata e alternata con tante altre».

Vi è poi la lunga sequela di pasticci filologici e disattenta lettura dei titoli e delle copertine dei dischi. Ecco anche qui un paio di esempi eloquenti.

Aprendo il concerto milanese del luglio 1982, al Parco Redecesio, assalito da turbe di zanzare, Zappa salutò l’audience dicendo: «Welcome to the mosquito’s heaven» (l’episodio è emblematicamente riportato nella copertina, disegnata da Tanino Liberatore, il creatore di Ranxerox, dell’album The man from Utopia del 1983); ma per Il Giorno heaven diventava «beach» (in effetti a Redecesio c’era, non so oggi, anche un laghetto artificiale).

Straordinario, poi, l’allora critico musicale del Messaggero, che, preoccupandosi di dimostrarsi zappiano della «prima ora», si lanciava nel consigliare gli album a lui più cari, tra cui Ship arriving too late to save a drowning bitch (più o meno «E la nave arrivò troppo tardi per salvare la puttana che stava annegando»), mentre il titolo vero è Ship arriving too late to save a drowning witch (strega, non puttana!).

E uno pensa, cosa sarà mai, un refuso. E invece no, perché è lo stesso critico a fornire la traduzione errata del titolo. Ma la cosa più sorprendente è che basterebbe guardare la copertina dell’album, senza neanche leggere il titolo, per capirne il senso, perché sono lapalissiane la silhouette stilizzata della nave che si muove sulla linea del mare e, poco più oltre, sulla stessa linea,  quella di un cappello da strega che spunta in superficie.

Chiudo con il critico musicale del Corriere della Sera che, forse per straordinario amore nei confronti del musicista, volle retrodatarne l’ultima performance, così da regalargli ancora due anni di vita: «Avevamo ascoltato e incontrato per l’ultima volta Zappa» scriveva infatti il critico «nel settembre ‘91 a Francoforte per il concerto “The yellow shark”». Peccato che il citato concerto fosse del settembre 1992.

E forse, in ossequio al principio secondo cui in natura, nel lungo periodo, tutto tende all’equilibrio, ecco che dieci anni dopo (2003), commemorando il decennale della morte di Zappa, il critico musicale del Giornale riuscì invece ad accorciargli la vita di un anno: secondo il giornalista, infatti, Frank Zappa morì non appena tornato da Francoforte, dopo «…i due concerti dell’Ensemble Modern che aveva eseguito The Yellow Shark». A riprova che, come scrisse Marcel Proust, «il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente».

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