L'imbrattaweb

11 Dicembre Dic 2013 1457 11 dicembre 2013

Nidi inquietanti. Appunti su un romanzo

  • ...

Mi ero ripromesso, aprendo questo blog, di non trattare temi «personali», per esempio recensire libri che mi sono piaciuti, ecc. Ma devo fare una piccola eccezione (con la premessa doverosa che non so fare recensioni, non essendo critico di professione) per un romanzo di un giovane autore milanese, Roberto Franco, che mi ha molto colpito.

Si tratta di All’alba dei nidi infranti, Edizioni Albatros.

Il libro mi ha molto colpito per diversi motivi.

Intanto, è il classico romanzo che anche più di un saggio riesce a raccontare un fenomeno e un mondo, in questo caso quello del «neonazismo» italiano.

La tradizione di questo tipo di romanzi è ormai lunga e consolidata. Si tratta di opere che pur dall’impianto tipicamente narrativo, riescono a scandagliare fenomeni sociali, politici, storici, comportamenti e sentimenti con grande rigore, quel rigore, appunto, che appartiene per definizione alla saggistica.

Giusto per fare due esempi, mi vengono in mente Addio a Berlino, di Isherwood (da cui venne tratto il celebre film Cabaret) e La famiglia Karnowski, di J.I. Singer, entrambi estremamente «chirurgici» nel descrivere – appunto tra le righe della narrazione romanzesca – il montante affermarsi dell’antisemitismo tedesco del primo dopoguerra e del nazismo hitleriano.

Intendiamoci, Franco probabilmente non è Isherwood né Singer (credo che lui stesso non si offenderà se lo dico), ma il suo romanzo è per molti aspetti riconducibile a questi precedenti.

La storia narrata da Franco, in estrema sintesi, è questa: una segretissima organizzazione di neonazisti programma una serie di attentati simultanei con lo scopo di accelerare la disintegrazione dell'Unione Europea. In una città del Nord Italia, facilmente riconoscibile come Milano, Cola, giovane razzista separatista, si mette al servizio di questo disegno, accettando di infiltrarsi in diversi ambienti a scopo di provocazione. Riesce a manipolare un gruppo di metallari che gravita attorno a una band metal-industrial di estrema destra, portandoli a commettere una serie di delitti in modo da legarli a una sorta di patto occulto, fino all’epilogo stragista. Ma non rivelo altro, per non togliere al lettore il gusto della scoperta.

Come dicevo, la narrazione (del tutto cruda e inquietante) rende molto bene la personalità, anzi le personalità «neonaziste» che si agitano nella vicenda, riproponendo con piglio del tutto realistico alcuni «prototipi», o «tipi ideali», che compongono il variegato universo razzista e separatista.

Ma non solo, riesce anche a riproporre, dietro la «maschera» narrativa, alcune situazioni e alcuni personaggi facilmente riconoscibili nella nostra recente storia passata (naturalmente in chiave di «eversione» neofascista e stragismo): ci sono un po’ tutti, dai militari e papaveri dei servizi segreti compromessi con lo stragismo nero agli ex terroristi - finalmente in libertà dopo il carcere - agli ideologi (molto interessante la figura del docente paralitico, una via di mezzo tra Julius Evola – alla cui menomazione fisica è chiaro il rimando – e Gianfranco Miglio, il guru della nascente Lega bossiana), e molti altri ancora.

C’è poi un altro elemento di grande interesse (almeno per me, che me ne sono occupato in sede di studio), perché il protagonista, Cola, non solo è razzista, separatista, neonazista, ma è anche gay - così come gay è l’ex terrorista condannato per alcuni omicidi e poi libero dopo aver scontato una lunga detenzione (e che darà vita a un breve rapporto di relazioni e dominazioni carnali nei confronti del protagonista).

Cola, anzi, arriverà a immedesimarsi totalmente nella sua segreta natura omosessuale, vagando come un ossesso nei recessi del mondo gay cittadino, preda di sogni e ossessioni sadomasochistiche in fondo speculari alla sua ideologia superomistica e al suo culto della violenza.

Arriverà anche a imbattersi, in Svizzera, in una sorta di riedizione del George-Kreis, il cenacolo intellettuale riservato rigorosamente a omosessuali, fondato a Monaco, nel 1882, dal poeta Stefan George, e che rappresentò una sorta di palestra intellettuale per il montante movimento prenazista definito come «Rivoluzione Conservatrice» (vale forse la pena di ricordare che tra i frequentatori assidui del Circolo vi furono anche i fratelli Stauffenberg, protagonisti poi dell’attentato di Rastemburg, la cui vittima designata era Adolf Hitler).

Ultimo, ma non per importanza, pregio del libro è la scrittura (cosa non così scontata nel quadro della nostra narrativa) che sa rendere con pieno realismo e nessuna concessione allo stereotipo personaggi e luoghi, in particolare una città (Milano) dipinta con toni lividi, oscuri, ambigui, eppure – o forse proprio per questo – spesso riconoscibile, specie in quei tratti urbani che mescolano periferia e centro. Non è una Milano da piazza San Babila, ma nemmeno una Milano da estrema e desolata periferia. Ci si trova sempre sospesi in una sorta di «compromesso» urbano, in un limitare tra centro e periferia del tutto credibile.

E in fondo, da questo punto di vista i luoghi rispecchiano le persone e le loro idee, che non appartengono a categorie del tutto «estreme» (e dunque astruse e astratte), ma sono perfettamente verosimili e credibili.

Insomma, se volete avventurarvi in una lettura non «conformista», i nidi di Roberto Franco fanno per voi.



Correlati