L'imbrattaweb

8 Gennaio Gen 2014 1827 08 gennaio 2014

E se censurare la «quenelle» rispondesse anche a un’ansia di catarsi?

  • ...

Non è un caso che sia stato Enrico Mentana, profondo conoscitore dell’ebraismo, anche per motivi di appartenenza religiosa familiare, l’unico, parlando del caso Dieudonnè, balzato alla ribalta internazionale in questi giorni, e in queste ore, a definire esplicitamente la Francia, nel suo telegiornale del 7 gennaio, come la «patria dell’antisemitismo». Anche spiazzando, forse, con questa giusta sottolineatura, il comune sentire – e il luogo comune – che vogliono nella Germania nazista la culla per antonomasia dell’antisemitismo per così dire «moderno».

Ma il direttore del TG7 ha ragione: in tema di antisemitismo, la Francia vanta molti primati, a cominciare dallo storico caso Dreyfus (che secondo il grande storico dei fascismi, Stanley G. Payne, aveva rivelato «un antisemitismo politico più attivo in Francia che in qualsiasi altro luogo d’Europa in quel momento»), per arrivare al cosiddetto «negazionismo» postbellico, che ha visto impegnati molti autori e militanti politici. Certamente più numerosi che in qualsiasi altro Paese (ma si potrebbe anche, seguendo il famoso storico israeliano Zeev Sternhell, ricordare come la Francia, prima ancora dell’Italia, possa considerarsi la patria del fascismo, inteso non come forma politica strutturata – qui, ovviamente, è l’Italia a poter «vantare» il primato storico-politico – ma come ideologia «anti-illuminista» e, per estensione, anti-democratica).

E’ forse per questo che il caso Dieudonnè sta scuotendo molto le coscienze e creando molti imbarazzi nelle classi dirigenti, politiche e intellettuali, francesi; si potrebbe dire, forse, che sta scoprendo un nervo del tutto sensibile, ovvero quello di un antisemitismo che, ancorché rimosso, resta uno dei «peccati originali» più profondi e inquietanti per la patria della liberté, dell’égalité e della fraternité.

Spetta invece ad Alessandro Giuli (Il Foglio dell’8 gennaio) una delle analisi forse più originali sulla vicenda: secondo Giuli, l’«editto dell’Eliseo» scagliato sul comico francese da parte del presidente Hollande e del ministro degli interni Valss sarebbe un modo, forse un po’ scomposto (e del tutto controproducente, per molte ragioni, come hanno giustamente sottolineato altri commentatori, a cominciare da Pierluigi Battista sul Corriere della Sera), da parte dell’intellighenzia di sinistra, di sbarazzarsi «di un suo figlio degenere» che da francese perfetto – nero, antifascista, militante dei diritti dell’uomo, universalista, gay friendly, ecc. – ha deciso di farsi comico e antisemita; di farsi «giullare maledetto», di «assomigliare a Jean-Marie Le Pen».

Insomma, un vero e proprio tradimento di ideali, contro cui la gauche lancia i propri strali censori.

Tutto giusto, come dicevo.

Aggiungerei poi un altro elemento, e cioè che in Francia l’antisemitismo ha trovato, storicamente, e in maniera non infrequente, un comune terreno di coltura tra estrema destra e estrema sinistra. E questo rischia forse di sollevare «brutti ricordi», di riattualizzare pagine dell’«album di famiglia» che la sinistra vorrebbe evitare di riaprire.

Basti ricordare come nel 1925, Georges Valois, creatore del primo vero e proprio movimento fascista al di fuori dell’Italia, lanciando il suo Faisceau, dichiarò di rifarsi a Maurice Barrès, sostenitore, alla vigiliadell’Affaire Dreyfus, di un socialismo violentemente antisemita, e per definire l’essenza del fascismo soleva usare la formula «nazionalismo + socialismo = fascismo.»

Sempre Sternhell cita poi il «curioso» caso del Cercle Proudhon, fondato per ispirazione di George Sorel, «che coniugava sindacalismo e nazionalismo», e nei suoi «Cahiers» ospitava indifferentemente interventi sia di Georges Valois sia di Edouard Berth, discepolo di Sorel ed esponente della estrema sinistra.

Per giungere a tempi a noi più vicini, si può ricordare il caso di Paul Rassinier, autore del «celebre» La menzogna di Ulisse (1955), capostipite dei saggi sul negazionismo della Shoah. Ebbene, Rassinier non solo non era qualificabile come fascista, ma, anzi, era stato tra i più giovani (allora era sedicenne) aderenti prima al Partito Comunista, da cui venne espulso per le idee considerate troppo rivoluzionarie, e quindi fondatore della Fédération Communiste Indépendante de l'Est e, infine, militante della SFIO, il partito socialista francese.

Di più, Rassinier, divenne un resistente della prima ora dopo l’invasione tedesca, fu co-fondatore del movimento Libération-Nord, e, arrestato nel 1943 dalla Gestapo, fu torturato e internato a Buchenwald e poi a Dora.

Quello di Rassinier (che fu peraltro espulso dal partito socialista proprio per il suo libro) non è poi l’unico caso di convergenza antisemita tra destra e sinistra in tempi a noi più vicini.

Si può ricordare anche il caso esemplare di alcuni militanti dello storico gruppo di estrema sinistra della Vieille Taupe (fuoriusciti poi dal gruppo proprio per le loro posizioni negazioniste), guidati dal «guru» Pierre Guillaume.

Con loro (che, ricordo, ripubblicarono nel 1979 il libro di Rassinier) intrattenevano rapporti molto stretti Robert Faurisson (forse il più celebre intellettuale francese negazionista, definito anzi il «papa» del negazionismo) e Michel Caignet, leader del neonazismo francese, che nel 1976 aveva tradotto e pubblicato La menzogna di Auschwitz, del nazista danese Thies Christophersen, una sorta di vera e propria «Bibbia» del negazionismo.

E proprio con Faurisson e Caignet, Guillame collaborò attivamente, nel 1984, alla traduzione di un altro «manifesto» della negazione dei campi di sterminio, Il Mito di Auschwitz, di Wilhelm Staeglich (edito poi nel 1986).

Si potrebbe continuare con altri esempi. Ma senza aggiungere molto.

Chissà, letta alla luce di questi elementi, magari la furia censoria della sinistra francese nei confronti del «giullare maledetto» potrebbe anche rivelare un fine in qualche modo catartico.

Correlati