L'imbrattaweb

16 Gennaio Gen 2014 1300 16 gennaio 2014

La Lega ce l'ha nero

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Quando si dice i paradossi della vita: detestare il «nero» eppure allearsi con i «neri».

E’ quel che sta accadendo alla Lega di Salvini che, come sembra ormai assodato, ha deciso di costituire un unico gruppo parlamentare a Strasburgo con il partito neofascista di Marine Le Pen, dopo le prossime elezioni europee.

Questo, se non altro, spazza via definitivamente ogni ambiguità e ogni possibile equivoco sulla natura fascistoide del partito fondato da Umberto Bossi.

Se ancora c’era qualcuno che poteva richiamarne le origini di sinistra (vi ricordate? se ne discettava, per esempio, nell’ormai lontano 1995, quando, dopo il ribaltone provocato dalla Lega l'anno precedente, Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, allora rispettivamente segretari del Pds e del Ppi, corteggiavano Bossi per convincerlo – cosa che poi avvenne – a sostenere con un appoggio esterno il governo tecnico di Lamberto Dini, e uno degli argomenti utilizzati da D’Alema e compagnia bella per far digerire la cosa ai loro militanti era che in fondo in fondo l’ideologia del Senatùr rivelava molti punti di contatto con l’ideologia progressista e di sinistra…), ora non ci sono più dubbi.

E Borghezio, per dire, con tutto il suo bagaglio ideologico e il suo curriculum di militante nella destra estrema e xenofoba non potrà più essere considerato una «pecora nera».

Modestamente, ho sempre sostenuto che la Lega dovesse essere iscritta di diritto alla famiglia politica dell’estrema destra (e certamente non solo per l’apparato liturgico-simbolico ostentato dai leghisti, per esempio le camicie verdi, indossate dai movimenti fascisti più violenti e razzisti sorti in Europa tra le due Guerre, come le Croci Frecciate ungheresi o i legionari romeni di Codreanu). Ne avevo scritto – e mi scuso per l’autocitazione – nel mio saggio dedicato alla destra noglobal del 2005.

Allora, avevo – ripeto, con tutta la modestia del mio essere politologo per hobby – cercato di evidenziare i tratti marcatamente da destra radicale del partito di Umberto Bossi, anche mettendo in discussione le conclusioni a cui erano pervenuti altri, e ben più illustri, studiosi; per esempio Marco Tarchi, che invece ha sempre inserito la Lega nella famiglia politica del populismo, populismo che lo studioso fiorentino qualifica come categoria a sé, e sposando, invece, le tesi di altri politologi, tra cui Georg Betz, il quale definisce i partiti e i movimenti populisti proprio come prodotti evolutivi dell’estrema destra.

E lo stesso Piero Ignazi, nel suo celeberrimo L’estrema destra in Europa (ripubblicato e ampliato nel 2000), pur riconoscendo che i tratti unificanti i vari partiti populisti europei – Lega inclusa – sono del tutto diversi da quelli che qualificavano fascismi storici e i movimenti neofascisti (ma, del resto, è ormai unanimemente riconosciuto che i fascismi propriamente detti non hanno esaurito, come si dice, tutti gli «spazi» dell’ideologia di destra) deve ammettere la loro natura «destrorsa». Ignazi parla, a questo proposito, di «estreme destre postindustriali», evidenziando come il denominatore comune che ne rinsalda i legami sia da ricercare, prima di tutto, nell’antiglobalismo, declinato però prevalentemente nella radicale opposizione a qualsiasi minaccia delle identità culturali, etniche e nazionali.

Certo, Ignazi non arriva a inserire la Lega nell’alveo dell’estremismo di destra e per questo usa, come argomentazione decisiva, il fatto che l’elettorato leghista è un elettorato composito, e quindi non solo di destra (ma anche qui ci sarebbe da discutere: Pierre Milza, tra i massimi studiosi del fascismo e del neofascismo, sottolinea, per esempio, che la stessa cosa si può sostenere per il fascismo storico e per il lepensimo…).

Comunque sia, mi sembra che con la «gestione» Salvini, la Lega vada inequivocabilmente nella direzione di un partito sempre più assimilabile ai movimenti della destra radicale. E l’alleanza con i neofascisti del Front National ne è il definitivo suggello.

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