L'imbrattaweb

26 Marzo Mar 2014 1525 26 marzo 2014

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Le guerre, spesso, possono cominciare dai libri scolastici. E’ questo, in sintesi, il concetto espresso dall’analisi condotta il 18 marzo scorso da Gideon Rachman sul Financial Times per sottolineare come da sempre il «controllo» dei libri scolastici, ovvero dei loro contenuti (ricorrendo, se del caso, anche alla più brutale censura) sia considerato strategico da parte del potere.

E proprio in quel giorno, per una curiosa coincidenza, nel nostro Paese, dalle colonne di un altro quotidiano, Avvenire, partiva un tentativo pesantemente censorio nei confronti di un testo destinato alle scuole, elementari e medie. Si tratta, per l’esattezza, di tre volumetti dal titolo Educare alla diversità a scuola, destinati alla scuole elementari e medie, curati dall’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali - e promossi dai governi Monti e Letta.

A chiedere la loro messa la bando il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, per il quale i libri in questione sarebbero una chiara concessione alla «dittatura di genere», e quindi la prova provata che la scuola italiana starebbe trasformandosi in un immenso campo di rieducazione, nel quale, a colpi di schede informative sull’identità sessuale, di raccomandazioni sulla necessità di essere gay informed più che gay friendly, di manifesti contro il bullismo omofobico, di Q&A nelle quali si definiscono i rapporti omosessuali come normali, ecc., i libri in questione instillerebbero «preconcetti contro la famiglia e la fede religiosa». Il rischio, insomma, che da quei tre volumetti possa partire una «guerra» liberatoria, sessualmente liberatoria, sembra preoccupare molto l’alto prelato, al punto da chiederne la «rimozione».

Cosa di per sé non sorprendente da parte di un esponente della Chiesa cattolica, non fosse che l’iniziativa attiene al circuito delle scuole non confessionali, dunque per definizione – almeno teoricamente - laiche e autonome. Ma si sa, quando c’è da censurare, da manipolare, da strumentalizzare non si può guardare troppo per il sottile. E questo vale per tutti.

L’intervento di Bagnasco, come ovvio, non è il primo e non sarà l’ultimo. E proprio Rachman porta molti esempi, così come li porta Dino Messina, che ha commentato l’intervento del columnist del Financial Times domenica 23 marzo, sull’inserto culturale del Corriere della Sera. Dai ripetuti tentativi di Putin, ben prima del colpo di forza in Crimea e dell’accusa di fascismo mossa pubblicamente nei confronti degli ucraini allergici allo strapotere di Mosca, di promuovere la riscrittura dei libri di testo, perché non si denigrasse più l’Unione Sovietica quale oppressore dei popoli vicini (nella fattispecie ucraini e ungheresi) al presidente ungherese Orbàn, che pretende di riscrivere i testi scolastici in chiave antisemita e con continuo riferimento al Grande Impero ungherese crollato sotto i colpi della Seconda guerra mondiale. Dal Ministro per l’educazione britannico, Michael Gove, che invita gli insegnanti a smetterla con la sottolineatura del «bagno di sangue» subito dalla Gran Bretagna durante la Prima guerra mondiale al premier giapponese Shinzo Abe, che preme perché i libri di testo presentino una visione meno «masochistica» della storia patria.

Per non parlare dei libri scolastici turchi, che tacciono sull’olocausto armeno, o di quelli cinesi, completamente silenti sulle decine di milioni di vittime del «grande balzo in avanti» o della «rivoluzione culturale» del presidente Mao.

E l’elenco potrebbe continuare.

Sempre in Italia, questa volta in ambito «laico», si è registrato, abbastanza di recente (era il 2011), un altro clamoroso tentativo «revisionista», fortunatamente per ora senza esito, promosso – non a caso – da un gruppo di 18 parlamentari del centro-destra, tra cui Gabriella Carlucci, ovvero un disegno di legge per la costituzione di una commissione d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici.


Insomma, convinti che nelle scuole italiane ci siano libri di storia troppo comunisti, che esaltano figure della Prima Repubblica come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, i parlamentari «revisionisti» pretendevano di riscrivere i testi. Magari con l’intervento di storici compiacenti.

E a sostegno dell’iniziativa, la allora parlamentare e nota showgirl (evidentemente anche cultrice di storia, forse a nostra insaputa) spiegò che: «C’è da salvaguardare la libertà di insegnamento, un valore sacrosanto, ma c’è anche da salvaguardare il diritto degli studenti a ricevere un’istruzione corretta e non faziosa. Dobbiamo porre fine a questa situazione a dir poco vergognosa. Non si può, ancora oggi in un Paese che tutti definiscono libero, esercitare un indottrinamento del genere. Indottrinamento subdolo e meschino perché diretto a plagiare le giovani generazioni dando insegnamenti attraverso una visione ufficiale della storia e dell’attualità asservita a una parte politica».


Gabriella Carlucci citava per esempio La storia di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier, che descrive Togliatti come «un uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generali»; Enrico Berlinguer come «un uomo di profonda onestà morale e intellettuale, misurato e alieno alla retorica»; e De Gasperi «addirittura» come «uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica».

Come detto, fino a ora la guerra revisionista di Carlucci e co. è in fase di stallo. Mentre quella di Angelo Bagnasco è appena cominciata. In entrambi i casi, mi auguro possano registrare sonore sconfitte.

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