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28 Giugno Giu 2014 1326 28 giugno 2014

Almirante chi?

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Nella sua rubrica di prima pagina sul Giornale, il 28 giugno, Marcello Veneziani lamenta che nessun giornale abbia ricordato il centenario di Giorgio Almirante (era nato il 27 giugno 1914), storico leader del Movimento Sociale Italiano, cioè dell’ultimo cascame fascista e repubblichino – come direbbe Crozza/Maroni «parlamentarizzato».

Veneziani fa anche il paragone con Enrico Berlinguer, per il quale si è invece registrato «un diluvio universale di tv, giornali, istituzioni e libri» in occasione del trentennale della morte (avvenuta l'11 giugno 1984).

L’intellettuale pugliese parla di «sconfitta della civiltà, del rispetto e della memoria», di schifo, omertà, spirito mafioso, ecc. E se la prende, da ultimo, con la Presidente della Camera, Laura Boldrini (ma lo avevano fatto, prima di lui, i nipotini postfascisti di Almirante, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Guido Crosetto, Maurizio Gasparri) rea di aver disertato il convegno organizzato dalla Fondazione Giorgio Almirante a Montecitorio per ricordare quello che Veneziani definisce «leader di una minoranza antagonista…amato da mezza Italia» (però non mi pare che il MSI avesse il 50 percento dei voti degli italiani…).

L’unico plauso Veneziani lo rivolge invece al Presidente Napolitano, che ha voluto onorare Almirante definendolo «espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio».

Ora, inutile sottolineare che Berlinguer e Almirante venivano da due storie ben diverse (anche se a destra tutti diranno che Berlinguer rappresentava la tradizione comunista e dunque stalinista e bla bla bla).

E inutile anche richiamare i numerosi sospetti e le numerose accuse che in vita furono mossi nei confronti di Giorgio Almirante, dalla condanna di collaborazionismo con i nazisti (1947) all’accusa di «Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione» e «Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato» (1971); dalla famosa vicenda emersa, sempre nel 1971, che rivelò come Almirante avesse firmato, nel 1944, un bando di fucilazione dei partigiani alle accuse di contiguità con ambienti dell'eversione nera e con la P2, ecc. Ma basta banalmente scorrere Wikipedia alla voce «Vicende giudiziarie e aspetti controversi» per avere un quadro piuttosto puntuale di questa componente dell’avventura politica (antagonista, la definirebbe Veneziani) dell’uomo.

Nessuno dice, per carità, che accuse e sospetti equivalgano a condanne. Ci mancherebbe.

Anche il fatto che Almirante sia stato tra i firmatari, nel 1938, del Manifesto della razza, o che dal 1938 al 1942 avesse scritto regolarmente sulla rivista La Difesa della razza non può più di tanto costituire un elemento di condanna morale. Su quella rivista scrissero anche Amintore Fanfani, Indro Montanelli, Giovanni Spadolini. E in quel periodo persino Eugenio Scalfari collaborava con Civiltà fascista.

Un conto, però, è non infierire sulla memoria, un conto è onorare con il ricordo istituzionale un personaggio del genere che, lo ricordo, tra l’Italia che cercava di sbarazzarsi della dittatura e quella che continuava pervicacemente a lottare al fianco della bestia nazista, scelse quest’ultima.

Almirante è uno dei tanti sconfitti dalla storia. Punto. Qui non è questione di riconciliazione o di pacificazione: i verdetti storici non si possono cambiare a colpi di celebrazioni e riabilitazioni politiche. O intitolando strade, piazze, ponti e quant’altro.

Semmai, al contrario, c’è da chiedersi se non sia stato quantomeno inopportuno che si scegliesse una sede istituzionale democratica come Montecitorio per commemorare chi aveva convintamente scelto di aderire alla causa hitleriana.

Certo, ha detto sempre Giorgio Napolitano, Almirante «fu sempre consapevole che solo attraverso il riconoscimento dell'istituzione parlamentare e la concreta partecipazione ai suoi lavori, pur da una posizione di radicale opposizione rispetto ai governi, la forza politica da lui guidata avrebbe potuto trovare una piena legittimazione nel sistema democratico nato dalla Costituzione». E che cosa avrebbe dovuto fare? Continuare a operare in clandestinità? Come un ultimo vietcong, magari in camicia nera?

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