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15 Settembre Set 2014 0934 15 settembre 2014

Quando vietare il saluto è salutare

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La vicenda, recente, è nota: la sesta sezione penale della Cassazione ha confermato la pena inflitta nel 2010 dalla Corte d'appello di Firenze a un cinquantenne, Lorenzo F. – tra l’altro ben noto alla Digos e alle questure toscane almeno dagli anni ’90 e pluripregiudicato - che, in concorso con altre persone, durante una «pubblica riunione» (era il 2005), aveva effettuato il saluto romano, scandendo «slogan inneggianti al razzismo e al regime fascista».

La sentenza ha quindi sancito in via definitiva il divieto di fare il saluto romano, peraltro ribadendo quanto previsto dalla cosiddetta Legge Scelba (1952), poi modificata con la Legge n. 205 del 25 giugno 1993 (Legge Mancino), che ha introdotto la specifica per cui il saluto è vietato solo se compiuto con intento di «rivolgere la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito (cioè fascista, nrdr) o a compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista», e può essere punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da 200 a 500 euro.

La sentenza, come ovvio, ha fatto molto discutere. Tralascio le questioni più scontate, e superficiali (ma dai, siamo nel terzo millennio, ancora stiamo a perdere tempo con queste cose? Ma cosa sarà mai un saluto, ecc.). Mi sembra invece interessante la questione che ha posto Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e allievo di Norberto Bobbio, il quale, dalle colonne della Stampa ha commentato la questione da un punto di vista ben più pregnante. La sentenza della Suprema corte, ha in sostanza scritto D’Orsi, pone ancora una volta

la questione «del rapporto fra ambito giuridico (e giurisdizionale) e ambito storico (e politico). Ossia, possono essere le leggi e i magistrati a sciogliere problemi che attengono alla vicenda storica, con tutti i riflessi politici che essa possa avere?». Il politologo si dice, a questo proposito, preoccupato perché, a suo parere, la vicenda confermerebbe una deriva «panpenalista» pressoché dilagante e foriera più di rischi che di benefici.

Difficile contestare la sensibilità del professor D’Orsi, e troppo facile, per contro, rispondere che – non solo in questa materia – è ovvio che laddove la politica non interviene, assumendosì le proprie responsabilità, altri poteri tendono a fare supplenza.

Resto convinto che la memoria e la verità storiche non si possano né debbano essere preservate per legge (io stesso, per esempio, ho più volte espresso contrarietà all’ipotesi di una legge che vietasse il negazionismo), bensì con l’insegnamento. E con la coerenza e il rigore dei comportamenti. Ma è proprio qui il nostro problema. E’ qui che la nostra classe politica (dal dopoguerra a oggi) ha rivelato la sua più inquietante ambiguità. Esponendosì così facilmente a fenomeni di «supplenza».

Proprio il caso del fascismo, e del neofascismo, è emblematico.

Per quasi 70 anni, la nostra classe dirigente, nelle sue diverse generazioni ed espressioni, non ha fatto altro, per convenienze tattiche e contingenti, che abdicare alla doverosa difesa della nostra memoria storica.

A cominciare dal 1946, quando, a poco più di un anno dalla fine della Guerra, permise che si ricostituisse il partito fascista (MSI), di cui qualcuno si servì persino per eleggere presidenti della Repubblica.

Ma possiamo citare, per venire a tempi a noi ben più vicini, la tolleranza verso molteplici sconce manifestazioni nostalgiche che si ripetono ogni anno (dalle cerimonie in memoria della marcia su Roma alla ricorrenza della nascita e della morte di Mussolini) o nei confronti della erezione di mausolei a criminali fascisti come quello di Affile dedicato a Rodolfo Graziani).

Abbiamo persino avuto ministri ex repubblichini mai pentiti (per es. Mirko Tremaglia).

E mentre da anni si sta cercando di dare vita a una legge che equipari i repubblichini ai partigiani,

si è permesso che si costituisse una commissione parlamentare (proposta, guarda caso, da AN) per la revisione dei testi scolastici di storia.

Ancora, si può citare il «Giorno del ricordo» (della tragedia delle foibe), istituito da una legge dello Stato – anche qui su pressioni di AN, ma colpevolmente avallato dalla sinistra (votarono a favore gli allora capigruppo della Margherita e dell’Ulivo, Willer Bordon e Luciano Violante) – che rappresenta, per la sua completa decontestualizzazione storica, un vero abominio revisionista.

Ora, di fronte a tutto questo, qualche dubbio che alla fin fine il panpenalismo qualche volta possa rivelarsi salutare a me, sinceramente, viene. Perché la storia il suo verdetto l’ha già emesso. E qualcuno lo deve pur far rispettare. Senza contare, nel caso specifico, che, piaccia o meno, il saluto romano è vietato per legge. O si cambia la legge, o il reato va sanzionato.

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