L'imbrattaweb

11 Gennaio Gen 2015 1259 11 gennaio 2015

Oriana fallace

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Mentre è pienamente e giustamente vivo lo sgomento per i tragici fatti di Parigi, ed è sacrosanta la unanime condanna del terrorismo di matrice islamica che li ha provocati, si assiste, però, all’ennesima riproposizione (a-critica) di tesi quanto meno superficiali, e, in qualche caso di comodo, sulle cause di questo drammatico fenomeno.

E torna prepotentemente alla ribalta l’analisi che Oriana Fallaci, all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle, fece della vicenda, nei suoi celeberrimi pamphlet, rispettivamente del 2001 e 2004, La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione. In questi libri, soprattutto nel primo, semplifico, la giornalista fiorentina, sulla scorta dell’hunhgtingtoniana tesi dello «scontro di civiltà» (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, lo ricordo, è il fortunatissimo, specie per le tasche del suo autore, saggio pubblicato nel 1997 da Samuel Hungtington) evidenziava come l’11 settembre 2001 fosse il frutto di un secolare processo di contrapposizione tra civiltà e, soprattutto, fosse la prova provata che l’Islam non aveva mai smesso di coltivare il sogno dell’egemonia mondiale (la Fallaci paventava l’avvento di una nuova Eurabia, dell’Europa come colonia dell’Islam).

In quegli anni, non furono molte le voci anticonformiste che seppero replicare alla Fallaci, e se anche lo fecero, non ebbero particolare eco (sicuramente non mediatica). Penso, per rimanere in casa nostra, a Franco Cardini, co-autore del collettaneo La paura e l’arroganza, e autore di almeno due altri saggi interessanti, come Astrea e i Titani e I cantori della guerra giusta, penso al Massimo Fini de Il vizio oscuro dell’Occidente e Sudditi. Manifesto contro la Democrazia, o, ancora a Stefano Allievi, che nel 2004 diede alle stampe Ragioni senza forza. Forza senza ragioni. Una risposta a Oriana Fallaci, e soprattutto a Giulio Bosetti e al suo Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio (per non citare altri saggi specialistici proprio sulla genesi e lo sviluppo del fondamentalismo e del terrorismo islamico).

Non voglio certo qui esibirmi in una dotta e prolissa disamina di tutti quei testi (cosa, peraltro che ho già fatto, nel senso di prolissa, non so quanto dotta, nel mio saggio sull’antiglobalismo di destra – e mi scuso per l’auto-pubblicità – del 2005), volevo solo richiamarli perché credo che mai come oggi sia importante uscire dalla trappola della retorica e della conseguente islamofobia che può fare solo il gioco dello stesso terrorismo, come, per contro, delle forze politiche che da questa retorica e da questa islamofobia possono trarre alimento per il loro successo (dalla Le Pen a Salvini, per citare i nomi più noti).

Credo sia giunto il momento di fare una piena e convinta autocritica: il fondamentalismo islamico, e le sue derive terroristiche, sono il frutto di una reazione da parte di frange minoritarie (che certamente non possono ambire a costituire uno stato eurabico) alla pretesa occidentale di «esportare la democrazia» a tutti i costi nei loro Paesi, pretesa che ha inevitabilmente inciso su dinamiche culturali ecc. secolari. Peraltro, all’insegna della più grande ipocrisia, perché questa «esportazione» non è certo stata alimentata da nobili principi (fosse così, almeno uno proverebbe a giustificarla), bensì da meri motivi economici – acquisizione di risorse energetiche, ampliamento dei mercati per le multinazionali, e così via. Altrimenti non si spiegherebbe perché voler esportare la democrazia in Iraq e non, che so, in Birmania…Per favorire la globalizzazione economica, tra l’altro, l’Occidente non ha esitato a sbarazzarsi di personaggi come Saddam, Gheddafi, e altri, che, può piacere o meno, con le loro autocrazie garantivano comunque una sorta di «pax», di status quo; governavano cioè con la forza anche questi fenomeni di estremismo, li potevano contenere entro i loro confini naturali perché in qualche modo ne soddisfacevano le pulsioni integraliste.

L’Iran degli ayatollah è forse l’esempio più eclatante: come non riconoscere che Khomeini sia stato il frutto della reazione a un governo – quello dello Shah – che aveva letteralmente svenduto il Paese alle multinazionali occidentali e aveva per questo imposto una violenta modernizzazione, una laicizzazione forzata della nazione, mantenute grazie a un regime poliziesco di costante repressione del dissenso?

Ma quelle di Saddam, ecc., erano dittature, qualcuno potrà dire: certo, e allora? La Cina non interloquiva con regimi come quelli fascisti di Franco o Salazar in funzione anti-sovietica? Gli USA non hanno appoggiato per decenni e decenni le dittature sudamericane? Si chiama «Realpolitik».

Forse, prendere atto che l’esportazione della democrazia si è rivelata una iniziativa fallimentare e che bisogna riconsiderare l’opportunità di riprendere la strada della Realpolitik, con buona pace delle multinazionali, potrebbe rivelarsi ben più efficace anche del più sofisticato – e dispendioso - apparato di intelligence.

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