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15 Aprile Apr 2015 1049 15 aprile 2015

Chi ha ucciso davvero Lincoln?

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E’ polemica, negli Stati Uniti, per il corposo libro (800 pagine) pubblicato da Larry Kramer, scrittore e attivista per i diritti gay, The American People. Search for My Hearth, primo di una serie di volumi che, in forma romanzata, ripercorrono la storia americana dalle origini ai nostri giorni. A sollevare la polemica il fatto che Kramer – il cui intento del resto è dichiarato: dimostrare come i libri di storia tendano a sorvolare, per usare un eufemismo, sull’omosessualità di molti protagonisti – sostenga che almeno tre presidenti degli Stati Uniti, e non proprio secondari, ovvero George Washington, Abraham Lincoln e Richard Nixon fossero segretamente gay. Così, come secondo l’autore furono gay Mark Twain, Herman Melville e il padre fondatore Alexander Hamilton. La polemica, guidata dallo storico Ron Chernow, che accusa Kramer di aver costruito la sua tesi senza prove significative, si è riaccesa, non a caso, proprio in questi giorni, perché il 15 aprile si celebrano i 150 anni dalla uccisione di Lincoln avvenuta, secondo la vulgata tradizionale, per mano di un giovane fanatico sudista, mentre Larry Kramer ne sostiene il movente sessuale. Anzi, omosessuale. A uccidere il presidente degli Stati Uniti, mentre assisteva a una rappresentazione in un teatro della capitale americana, sarebbe stato, secondo Kramer, un giovane amante respinto. Insomma, cadrebbe un po’ quell’aura tragica ed eroica che da sempre circonda la morte del «gigante» Lincoln, padre dei diritti, venerato come vera e propria icona del mito americano della libertà (a lui dedicò i versi, poi resi celeberrimi dal film L’attimo fuggente, “O Capitano! Mio Capitano!” il poeta, omosessuale, sia detto en passant, Walt Whitman). La polemica mi ha riportato a un’altra vicenda simile, anch’essa al centro di molte discussioni e critiche, e anch’essa, come direbbe Kramer, ulteriore prova di come la storia ufficiale spesso abbia bandito i moventi sessuali o comunque le possibili diversità di lettura degli eventi, specie quelli più significativi. Alludo all’uccisione, avvenuta a Parigi il 7 novembre 1938, di un funzionario dei nazisti occupanti, il ventinovenne Ernst vom Rath, per mano di un giovane ebreo, Herschel Grynszpan. L’episodio, di per sé, non sarebbe passato alla storia se i nazisti non avessero deciso di vendicare il loro compatriota scatenando il pogrom passato alla storia come «Notte dei cristalli», durante il quale furono distrutti almeno 7.500 negozi, 29 depositi e 171 case; furono incendiate 191 sinagoghe e altre 76 demolite; furono incendiati centri sociali, edifici, cimiteri ebraici, e 30 mila ebrei furono arrestati e trascinati in campi di concentramento. E si registrarono quasi 300 vittime, senza considerare le centinaia di persone poi morte nei campi, specie anziani e bambini. Cosa accomuna le due vicende? Il fatto che anche nel caso dell’omicidio di vom Rath vi sia una vulgata «tradizionale», comunemente presente nei manuali di storia (Grynszpan avrebbe ucciso il funzionario tedesco per compiere un gesto esemplare, cioè richiamare l’attenzione del mondo sulle progressive violenze antisemite che stavano montando nella Germania hitleriana), e una meno conosciuta, che porrebbe invece alla base dell’omicidio un movente sessuale, cioè omosessuale. Questa seconda «versione» è in realtà molto controversa e piuttosto ambigua. Nasce probabilmente dal fatto che il difensore di Herschel Grinszpan, Vincent de Moro-Giafferi, uno degli avvocati parigini più famosi, per evitare ulteriori ritorsioni nei confronti delle comunità ebraiche tedesche, ma anche per creare imbarazzo ai nazisti, avesse suggerito al proprio assistito di dichiarare che il movente dell’omicidio fosse stato una sorta di «resa dei conti» tra due amanti (di cui il giovane ebreo era il tradito). Non mi dilungo sulla vicenda, ricca di colpi di scena: in tribunale, Herschel Grynszpan, a sorpresa, si rifiutò di assecondare la linea difensiva del suo avvocato, venne quindi incarcerato, riuscì a fuggire, venne catturato dai tedeschi e condotto in Germania. Qui, finalmente, rese una dichiarazione ufficiale a un inquirente del Ministero della Giustizia nazista, nella quale sosteneva di essere stato sedotto da vom Rath. E’ probabile che Herschel si fosse inventato tutto. Non vi era alcuna prova che vom Rath fosse gay. Ma per evitare il rischio di mettere alla berlina vom Rath e con lui la Germania nazista, i tedeschi decisero di rinviare il processo. Era però ormai il 1942, e le vicende belliche fecero dimenticare il giovane ebreo (di cui non si seppe, e non si è mai saputo, più nulla) e il suo omicidio. Ci fu però una «coda» fortemente ambigua della vicenda, perché qualche tempo dopo la scomparsa di Herschel, alcuni informatori parigini dei nazisti fecero sapere che Grynszpan era davvero l’amante di vom Rath, e addirittura che lo stesso vom Rath era ben conosciuto negli ambienti gay parigini (i suoi soprannomi erano «ambasciatrice» o «Nôtre Dame de Paris»). Per di più, il fratello di vom Rath, Oberleutnant di cavalleria e comandante di squadrone, era stato condannato dalla corte marziale e costretto a dimettersi dall’incarico, nel 1941, per reato di omosessualità. Era dunque così? Probabilmente non lo sapremo mai.

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