L'imbrattaweb

29 Aprile Apr 2015 1804 29 aprile 2015

Milano brucia?

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Esattamente trent’anni fa, entravo per la prima volta in una libreria di via Plinio, a Milano, che si chiamava «La bottega del fantastico». C’ero entrato perché ero disperatamente alla ricerca dei libri di Julius Evola, sul quale avevo deciso di fare la tesi di laurea, e mi era stato detto che quello, una specie di «sancta sanctorum» della destra radicale milanese e non solo, era il posto giusto. Mi affacciai un po’ timidamente all’ingresso (all’epoca militavo nella sinistra extraparlamentare e nei circoli antifascisti della mia zona, e insomma, entrare nella «tana del lupo» non era propriamente un gesto così naturale…) e fui accolto da una ragazzetto mingherlino, un po’ più giovane di me, dallo sguardo timido, che mi chiese in maniera gentile di cosa avessi bisogno. La mia richiesta suscitò ovviamente la sua curiosità, e mi chiese per quale motivo volessi dei libri di Evola (tra l’altro non ne chiesi qualcuno specifico, ma tutto quello che era possibile avere). Risposi allora che mi stavo per laureare con Giorgio Galli e avevo scelto una tesi su Julius Evola. Aggiunsi anche, quasi scusandomi, che però io ero «di sinistra», e sarebbe stata una tesi comunque critica. Il giovane libraio non fece una piega. Mi portò in una specie di sgabuzzino seminascosto e mi disse: «Tutto quel che abbiamo di Evola è qui».

Questo semplice e persino banale ricordo è riaffiorato alla mia mente (e mi scuso se per una volta dedico qualche riga di un post alle mie vicende personali) ieri, quando ho appreso che sedicenti antifascisti di Milano hanno semidistrutto (oltreché danneggiato una sede di Forza Nuova e una dell’UGL) la Libreria «Ritter» che della «Bottega del Fantastico» è la continuazione, anche se con una nuova denominazione (e una nuova collocazione: ora sorge, spero non si debba dire sorgeva, a qualche centinaio di metri dalla «vecchia» Bottega). A gestirle sempre lui, Marco Battarra, che – come me – ora non è più il ragazzetto del 1985, anche se ha mantenuto, beato lui, il fisico mingherlino, e ha sempre lo stesso sguardo un po’ timido di allora.

In questi trent’anni, con Marco Battarra (ma anche con altri che a quella, semplifico, area politica o di pensiero si rifanno) è nato un rapporto di – credo – reciproca stima, al di là di ogni differenza ideologica. Mai, e comunque mai, in questi trent’anni, ho percepito (chissà, magari sono solo un ingenuo), parlando con lui, magari bevendo qualche caffè e fumando qualche sigaretta, la sensazione di trovarmi di fronte a un pericoloso nemico della democrazia. Piuttosto, l’impressione è sempre stata quella di trovarmi davanti a ragazzo, prima, a un signore, poi, che, dietro la di timidezza – o l’understatement, come si usa dire oggi -, nascondesse, al più, una cultura davvero notevole. Ma la stessa cosa potrei dire delle molte persone che ho incrociato frequentando, di tanto in tanto, la Libreria «Ritter».

Certo, in quella libreria campeggiano testi e autori non propriamente «conformi» (mi riferisco non tanto a quelli che, comunque, possono vantare lo status di intellettuali, penso ai vari Drieu La Rochelle, Céline, e così via), ma ai vari Hitler, Goebbels, Saint Loup, Degrelle, Codreanu, e chi più ne ha più ne metta. Ma può bastare questo a giustificare un gesto così violento e proditorio come l’appiccare un incendio ai locali che li ospitano? Nemmeno per idea. Fuori da ogni retorica, quel che è successo in via Maiocchi, la notte del 28 aprile è da condannare, senza se e senza ma. I Drieu La Rochelle o i Goebbels si devono battere sul piano delle idee e entro i confini del confronto storico e culturale, non bruciandone i libri (gesto, peraltro, che ha contraddistinto in molti casi proprio il modus operandi dei movimenti politici, quello nazionalsocialista in primis, cari a molti di quegli autori).

Tornano le tensioni degli anni ’70, titolava oggi qualche quotidiano: esagerando, credo, anche se non nascondo che, chi come me quegli anni ’70 li ha vissuti, qualche segnale di inquietudine lo coglie. Del resto, non è un caso che l’incendio della libreria, piuttosto che gli altri atti vandalici, siano stati compiuti alla vigilia di una settimana – anzi di una data particolarmente «simbolica», il 29 aprile, in cui tradizionalmente la destra commemora alcuni suoi «caduti», vittime della violenza di quel tempo: Sergio Ramelli, ucciso il 29 aprile del 1975, a soli 19 anni a colpi di spranga, reo di essere un militante neofascista, e l’avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del MSI, anche lui ucciso il 29 aprile dell’anno successivo da un commando di Prima Linea (a cui si aggiunge Carlo Borsani, repubblichino, direttore della Repubblica fascista, ucciso anche lui il 29 aprile, ma del 1945, per mano di alcuni partigiani). Da sempre, ogni anno, questa commemorazione suscita polemiche e discussioni perché spesso, per non dire sempre, si è trasformata in un’occasione di esibizione, di «parata» dai simboli, dai toni, dalle parole d'ordine marcatamente fascisti.

Personalmente, lo ribadisco, credo non giovi a nessuno incendiare librerie o assaltare sedi sindacali per inibire queste parate e queste esibizioni, e tanto meno per «controbilanciarle». Credo sarebbe più saggio se si volesse finalmente riconoscere che Ramelli e Pedenovi (ovviamente il discorso per Borsani è differente, perché va contestualizzato storicamente), così come, sull'altro fronte, Claudio Varalli (ucciso da un militante di Avanguardia Nazionale qualche giorno prima di Ramelli) e Giannino Zibecchi (dalla polizia, durante un corteo di protesta per l’omicidio di Varalli) e Gaetano Amoroso, operaio e militante comunista, ucciso il giorno dopo Enrico Pedenovi da alcuni militanti del Fronte della Gioventù, furono tutti vittime di una violenza cieca e che le loro idee e la loro militanza ideale e politica, condivisibile o meno, non possono e non devono più alimentare rancori e contrapposizioni davvero fuori da ogni logica. Ramelli, Pedenovi, Varalli, Zibecchi, Amoroso e le altre decine e decine di vittime di quella folle e delirante stagione di violenza non appartengono a questo o quel movimento, appartengono a tutti noi, devono smuovere la nostra pietà e le nostre coscienze.

Non vogliamo più assistere all’esibizione di saluti romani e croci celtiche? Benissimo, scendiamo in piazza, tutti noi milanesi, e commemoriamo Sergio Ramelli come un nostro concittadino stroncato nel fiore della gioventù da una ignobile violenza. E facciamo la stessa cosa per Pedenovi; e per Varalli, Zibecchi, Amoroso e per tutti gli altri.

Di più, istituiamo una giornata del ricordo delle vittime della violenza di quegli anni; non lasciamo che questo o quel gruppo o movimento se ne arroghi il ricordo. «Arroghiamocelo» noi tutti.

A differenza che per quanto avvenuto con la fine della seconda guerra mondiale, e dunque della ormai definitiva storicizzazione, anche delle diverse responsabilità, per questi morti siamo ancora in tempo a operare un vero, condiviso gesto di commosso e partecipato ricordo.

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