L'imbrattaweb

8 Novembre Nov 2015 1313 08 novembre 2015

Il mio crampo

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Ancora qualche settimana e saranno scaduti i diritti d’autore sul Mein Kampf di Hitler, detenuti in esclusiva dal Land della Baviera dal maggio 1945, ossia dal mese immediatamente successivo al suicidio del Führer, avvenuto, come si sa, il 30 aprile di quell’anno.

Questo significa che chiunque potrà rieditarlo. E, infatti, già diverse case editrici dei Paesi più svariati ne annunciano la pubblicazione.

E mentre in Germania se ne attende persino una versione “scolastica”, in Francia è in corso la stampa per i tipi – come si dice - dell’editore Fayard, considerato editore “commerciale” per antonomasia. E questo, come immaginabile, ha già scatenato tra intellettuali, storici e media francesi un’aspra polemica.

Io non entro nel merito dell’opportunità “morale” o meno, della pubblicazione del “manifesto” nazionalsocialista a firma di Adolf Hitler. Mi permetto, però, una piccola considerazione.

A parte che il libro è già facilmente scaricabile, anche gratuitamente, da Internet, dunque alla portata di chiunque, mi chiedo: ma siamo così sicuri che a terzo millennio già avviato il “mattone” - perché di mattone si tratta: 700 pagine fitte fitte, senza voler considerare le note che tutti gli editori, chi più, chi meno hanno già preannunciato - hitleriano sarà capace di suscitare l’interesse che suscitò all’epoca della sua pubblicazione (anzi, a dire il vero qualche anno dopo, visto che all’inizio passò pressoché inosservato, fino a che la salita al potere di Hitler non lo rilanciò, tanto che le 240mila copie vendute tra il 1925 al 1933 diventarono 12 milioni nei primi anni '40)?

Personalmente non lo credo. Credo, anzi, che proprio la sua 'proibizione' sia, in qualche modo, correlata alla costante – non so quanto ampia - divulgazione di cui, negli ultimi decenni, ha potuto godere.

Mi permetto un modestissimo paragone per spiegarmi meglio. Quando, nel 1994, pubblicai il mio libro su Julius Evola (che poi era la mia tesi di laurea), con il titolo non casuale di “Il filosofo proibito”, raccolsi – non lo dico per vanità – diversi elogi, ma anche qualche critica, da sinistra, perché, ancorché fortemente critico, il mio saggio, si disse, rischiava di sdoganare un autore fino ad allora confinato nel circuito delle pochissime librerie – come si dice – “di area”, cioè considerate vicine all’estrema destra. Perché, appunto, anche se critico, il mio saggio non poteva, per onestà intellettuale, non riconoscere a Evola quella statura culturale (discutibilissima, si intende) che pure, piaccia o meno, meritava e che ne aveva fatto fino ad allora un pensatore di riferimento per la destra radicale postbellica di mezzo mondo.

E in qualche modo avvenne proprio così. Da quel momento, ma non solo per merito, o colpa, miei, (ricordo che, prima di me, uno studioso del calibro di Giorgio Galli, nel suo Manuale di dottrine politiche, lo aveva inserito, a pieno diritto, nella famiglia dei pensatori cosiddetti élitisti, alla de Maistre e de Bonald…) Evola poté riapparire nel normale circuito delle librerie.

E ancora oggi i testi del filosofo siciliano fanno bella mostra di sé sugli scaffali della Feltrinelli piuttosto che della Mondadori. Ma spesso giacciono lì da anni, col loro cellophan impolverato, e non vedo file di persone che se li contendono….

Insomma, ho l’impressione che tutto questo timore sia eccessivo.

C’è poi un altro elemento che mi convince sul fatto che il Mein Kampf non potrà replicare il successo originale: è un libro di una noia mortale, scritto con uno stile davvero stucchevole, ripetitivo, ridondante, ampolloso, in qualche passaggio decisamente contorto, e non so quanta gente, specialmente quanti studenti, riusciranno a non abbandonarlo dopo le prime venti pagine.

Lo stesso Hitler, a dire la verità, ne era in qualche modo consapevole, tanto che arrivò a dire che: “Se avessi avuto la certezza che un giorno sarei diventato cancelliere, non avrei mai permesso che fosse pubblicato così com’è”.

E ne erano consapevoli anche molti suoi accoliti che, ovviamente sottovoce, dicevano ironicamente che il libro si sarebbe forse più propriamente dovuto intitolare Mein Krampf (Il mio crampo).


Per questo, forse accompagnerei la pubblicazione con la doverosa fascetta: “Attenzione, provoca sonnolenza”.

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