L'imbrattaweb

16 Maggio Mag 2016 2211 16 maggio 2016

L'architetto Mussolini

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Lo scorso 10 maggio, intervenendo alla presentazione dei candidati della Lista Storace per le prossime elezioni di Roma, Alfio Marchini (anche lui, a propria volta, candidato) ha raccontato che suo nonno, nel 1968, invitato alla facoltà di Architettura a Valle Giulia per tenere una lezione, alla domanda su chi fosse stato il più grande urbanista della capitale, rispose «Benito Mussolini». L’uscita di Marchini, come prevedibile, ha suscitato un vespaio di polemiche.

Gianfranco Mascia, dei Verdi, candidato con Roberto Giachetti, per esempio ha subito chiosato: «Consiglio a Marchini un nuovo slogan: “Libero di essere fascio”: oggi dimentica che il dittatore ha sponsorizzato le più grandi speculazioni edilizie di Roma, basta citare l’abbattimento del quartiere Alessandrino per realizzare via dei Fori Imperiali».

Ancora più duro Domenico Rossi, sottosegretario alla Difesa, candidato con «Più Roma», che ha dato a Marchini dell’«inaffidabile saltimbanco», ricordando come sia passato, con grande scioltezza, «Dalle citazioni di Gramsci alle lodi per Mussolini, da libero dai partiti all’alleanza con Berlusconi e Storace. Dalle richieste di istituire i registri comunali per le unioni gay al rifiuto di celebrarle».

In soccorso di Alfio Marchini (oltre, com’era prevedibile, ai membri della famiglia del dittatore, le nipoti Alessandra e Rachele in primis) è intervenuto però, sul Fatto Quotidiano del 15 maggio, Massimo Fini, che, onorando il suo proverbiale anticonformismo, ha scritto che bollare come fascista Marchini per le sue affermazioni è da “trinariciuti”, perché «che il fascismo abbia avuto una valida urbanistica è fuori discussione».

A sostegno della qualità urbanistica e architettonica fascista, l’intellettuale ha quindi portato l’esempio «delle case (di Milano) per i maestri con facciate in bugnato e i giardini dietro», e ancora, sempre a Milano, «le case dei ferrovieri… che nel dopoguerra furono abitate dai giornalisti formando il cosiddetto “villaggio dei giornalisti”». Per non parlare della «Stazione Centrale di MIlano…imitata da molte città europee» o della «Casa della Cultura nel quartiere dell' Eur di Roma». Ecc.

Chissà, magari è così. Si potrebbe anche ricordare che il duce era un discreto violinista. O che Hitler era un discreto pittore. Chissà, magari si scopre anche che Pol Pot era un ottimo giocatore di dama e Bin Laden un buon giocatore di basket, e via continuando. Ma mi fermo qui. Non entro nel merito della disputa, devo però dire che la vicenda mi ha ricordato una famosa battuta pronunciata da Massimo Troisi nel film, da lui diretto e interpretato, Le vie del Signore sono finite (1987).

Seduto a un tavolo di una sala da tè, Troisi (nei panni del barbiere Camillo) conversa amabilmente con una elegante signorina, Anita, che, fervente ammiratrice del duce, a un certo punto dice (vado a memoria) «…da quando c'è Mussolini i treni sono in orario». E Troisi-Camillo replica «Cioè per fare arrivare in orario... se vogliamo...mica c’era bisogno di farlo capo del governo, bastava farlo capostazione no?».

PS: per chi non avesse visto il film, aggiungo che, dopo aver abbandonato disgustata per la battuta la sala da tè, la «simpatica» Anita farà la spia, e Camillo, arrestato, dovrà scontare due anni di carcere.

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