L'Italia capovolta

6 Settembre Set 2012 1646 06 settembre 2012

Dei delitti e delle pene (e delle morti in carcere)

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Qualche giorno fa la notizia del 36 esimo suicidio in carcere di un detenuto, ad Udine, ha avuto un certo rilievo sulla stampa nazionale; ma questi fatti accadono settimanalmente. In questi primi giorni di settembre il dato è già arrivato a 38.

66 quelli del 2011; 730 negli ultimi 12 anni. Numeri da brividi.

Andiamo con ordine.

La storia che in Italia nessuno va in galera è una balla colossale.

Ad oggi i detenuti nelle patrie galere sono oltre 67.000, e il dato è  in continua crescita.

Il problema del sovraffollamento è gravissimo: celle concepite per ospitare due detenuti, utilizzate per 4/6 persone, con ovvi problemi di spazio e igiene. Strutture fatiscenti che richiederebbero seri interventi di manutenzione.

Il sovraffollamento delle strutture rende gravosissimo ed esasperante anche il lavoro del personale (agenti di custodia, medici) dell’amministrazione penitenziaria e non: gli agenti, ad esempio, sono in numero insufficiente per gestire il gran numero di detenuti e i loro umori  causati dalle condizioni di vita, con gravi problemi nel mantenimento dell'ordine interno, e livelli di stress altissimi. Problemi che i sindacati dei lavoratori interessati, lamentano da anni.

Quindi, un doppio problema: da una parte, detenuti che alla sanzione della privazione della libertà personale vedono aggiungersi quella accessoria della perdita della dignità, poiché costretti a vivere come bestie, nell’ozio più totale quando non si trovano nelle rare strutture di eccellenza. (Vedi ad esempio Bollate).

Dall’altra, la Polizia penitenziaria è costretta a turni massacranti, a svolgere compiti fuori dalle normali competenze, il tutto per garantire la vita regolare e dignitosa dei detenuti.

Quello della situazione carceraria italiana è talvolta considerato un tema secondario dall’opinione pubblica: troppo spesso si considera come dovuto il surplus di sofferenza inflitta al detenuto e a catena, al personale di servizio: buttare via la chiave è la frase di rito.

Non si comprende che recuperare un detenuto è qualcosa che può giovare al sistema paese: per ciò che viene commesso, è sacrosanta la detenzione, quando prevista dalla legge; ma il recupero sociale, la rieducazione, a cui del resto la Costituzione vuole che la pena tenda (principale ma non unica sua funzione)  è altrettanto fondamentale: che forze fisiche e intellettuali si perdano perchè non recuperate, è un aspetto negativo, per tutti. Il momento del carcere come fondamentale retribuzione per il torto causato, deve essere l’occasione per il recupero di quelle forze che poi potranno essere iniettate nel sistema paese, per il bene di tutti. Ciò non può accadere in strutture sovraffollate, dove dormire o fare una doccia è una cosa complicata, figuriamoci se è possibile attivare percorsi di rieducazione adeguati.Senza considerare che la situazione di malessere dei detenuti si riflette anche sul personale, a sua volta comunque rinchiuso, per le ore del servizio, fianco a fianco con i detenuti.

Non è accettabile, in uno paese civile e di diritto, che lo Stato stesso con la sua inerzia agisca quasi come un aguzzino, come quei criminali che intende perseguire, creando le condizioni che determinano esasperazione e male di vivere, precondizioni di gesti estremi.

La pena è fondamentale e non è qui messa in dubbio; che il carcere in quanto tale determini delle reazioni di disagio come qualsiasi condizione di privazione della libertà personale appare fisiologico; ma non è concepibile che il periodo di detenzione sia anche un periodo di disumanizzazione, con effetti catastrofici sulla salute dei detenuti, creando effetti criminogeni che inficiano il percorso rieducativo, con il risultato finale di restituire alla società, a fine pena, potenziali recidivi: più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione scriveva Cesare Beccaria nel suo Dei Delitti e Delle Pene. Parole sacrosante, ma la cui attuazione richiede impegno e serietà.

Inoltre, il reinserimento è reso anche complesso per l’ostilità che gli ex detenuti trovano uscendo di carcere, da parte di una collettività non pronta ad accogliere chi ha sbagliato, certamente, ma ha anche pagato, però.

Insomma la pena non deve essere una violenza contro un cittadino, che chiaramente avendo commesso degli errori deve sottoporsi ad una sacrosanta detenzione: ma la sua condanna riguarda i suoi comportamenti e non la persona in quanto tale, che va sempre tutelata: in un Stato di diritto non esiste la tortura, la vendetta; la differenza con i criminali deve essere anche culturale: si applica una sanzione prevista da una legge e non la legge del taglione, perché in quanto cittadini intendiamo marcare anche una differenza culturale con chi delinque, con chi fa del male; per le stesse ragioni, si garantisce la dignità di chi ha sbagliato ed è affidato all’attenzione e alla custodia di strutture pubbliche, allorché punitive.

Se siamo diversi dai soggetti che intendiamo perseguire, come Stato - comunità, è il caso non solo di comportarci diversamente da chi non approviamo, perché mette in atto comportamenti illegali, ma è necessario  anche pensare diversamente, cominciando a non tollerare o condividere comportamenti e condizioni che sembrano più da aguzzino che da Stato, legittimo persecutore.





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