L'Italia capovolta

24 Settembre Set 2012 1254 24 settembre 2012

Con Sallusti e con la legge

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GLOSSARIO :

1.       Diffamazione: Il Codice penale italiano, all’articolo 595 c.p., prevede che “Chiunque (…) comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione (…), è punito “Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o di qualsiasi altro mezzo di pubblicità ovvero in atto pubblico a pena della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.”

La norma appresta tutela al bene giuridico dell'onore. Tale nozione, tradizionalmente, racchiude due aspetti complementari, l'uno soggettivo e l'altro oggettivo. In senso soggettivo l'onore è dunque il sentimento e l'idea che ciascuno ha di sé. In senso oggettivo, al contrario, l'onore va inteso come il rispetto e la stima di cui ciascuno gode presso il gruppo sociale. In questa seconda accezione si parla comunemente anche di reputazione.



2.       L’art. Art. 57 c.p. “Reati commessi col mezzo della stampa periodica” prevede che:

“Salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati, è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo.”



3.        La Legge 8 febbraio 1948, n. 47, Disposizioni sulla stampa, all’articolo 13 prevede:

"Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell'attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000."

4.       La sospensione condizionale della pena è un istituto giuridico, disciplinato, nell'ordinamento italiano, mediante il quale al reo, la cui condanna non supera i due anni di reclusione, è sospesa la pena.  Tra i requisiti per la sua concessione, tra gli altri, vi è il fatto che il giudice, tenendo conto delle circostanze di reato descritte dall'articolo 133 c.p., deve presumere che il colpevole si asterrà dal commettere altri reati.

5.       Art. 133 c.p. prevede che “Nell’esercizio del potere discrezionale (…) Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta: (…) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato”.



In breve. Nel febbraio 2007 su Libero, alloradiretto da Alessandro Sallusti, appariva un commento, a firma di un tale “Dreyfus”, circa la vicenda di una tredicenne, che il tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire. Dreyfus terminava scrivendo che «se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice” Il Giudice della vicenda, non direttamente citato, querelava il direttore responsabile della testata, colui che per la legge, ha la responsabilità di ciò che è pubblicato.

In questi anni si sono celebrati dei processi di primo grado e secondo grado. In settimana si attende la pronuncia della Suprema Corte. La condanna d’appello ha previsto una pena pecuniaria e la reclusione. Nella sentenza, inoltre, è stato previsto, coerentemente con la legislazione vigente, l’impossibilità per il condannato di godere della sospensione condizionale della pena: il giudice, infatti, ha tenuto conto della capacità a delinquere del reo, desunta: (…) “dai precedenti penali e giudiziari “poiché il direttore ha accumulato in passato altre condanne, sempre per diffamazione.

Personalmente sono contrario alla previsione di una pena detentiva per i reati commessi a mezzo stampa. La pena pecuniaria è sufficiente a tutelare il bene giuridico in oggetto, con l'aggiunta, se necessario, di pene accessorie, come ad esempio l'interdizione da una professione o un'arte, per un tempo valutato caso per caso.  Le disposizioni citate andrebbero corrette perché lontane al comune sentire (almeno così sembra emergere dai commenti), nonché dalla gerarchia di valori posta dalla Costituzione di una democrazia pluralista. Sono un’eredità di tempi passati, ed è il momento (lo è già da un pezzo) di modificarle. Per questo motivo ritengo che l’eventuale carcerazione di Sallusti o di chiunque altro per tali fatti, sia sbagliata. Non si deve (può) andare in galera per le proprie idee; certamente, però, non si può sfuggire ad una sanzione (pecuniaria, però) qualora le proprie idee ledano l’onore altrui.

Ma la legislazione vigente al momento prevede altro. Ecco perché, l’eventuale carcerazione di Sallusti non mi pare uno scandalo giuridico o una violazione di diritti, da parte dei soliti magistrati sovversivi, poiché il tutto si è svolto in conformità con la legge. Lo scandalo va ravvisato, piuttosto, nel comportamento di chi le leggi le fa (o non le fa), di chi le leggi le modifica (o non le modifica.): la politica, che ora si muove compatta per il direttore, in tanti anni non si è mai mossa per modificare le disposizioni citate; sono anni che si parla di una revisione del reato di diffamazione, ma tutto è fermo, ed al momento sono due le proposte di riforma, bloccate nei cassetti del Parlamento.

Il problema, allora, è sempre lo stesso: l’immobilità e incapacità dei partiti, nell’affrontare tutti i problemi del paese, dai più semplici ai più complessi.  E’ la politica del non fare, quella inerte, che al sorgere di un problema s’indigna, si anima, nel dare la colpa a qualcun altro, a qualcos’altro, spesso e volentieri ai magistrati, quando si parla di questioni giudiziarie.

Che tutti i giornalisti, i politici e non solo, si stiano esprimendo sulla vicenda, a sostegno di Sallusti e per una modifica della legislazione vigente, è una cosa di per sé positiva, che pone (ancora una volta) l’attenzione sul tema. Ma mi chiedo, perché solo adesso? E gli altri comuni cittadini condannati per diffamazione? I giornalisti di provincia, non noti, che subiscono querele (o minaccia di querele) a fini intimidatori per il lavoro svolto; con quelli chi solidarizza?  Perché i partiti non hanno cambiato la legge in tutti questi anni?

Di conseguenza, pare riemergere il secondo dei nostri problemi: la mancanza di una cultura della legalità, che è poi cultura democratica, fondata sul rispetto della legge, delle buone leggi: al momento si sta cercando di trovare una via d’uscita per il direttore, una via ad personam, per sfuggire all’applicazione della legge piuttosto che ragionare sulla sua modifica. La politica si svegli dal torpore, agisca, modificando il reato di diffamazione se è così convinta dell'opportunità di farlo, nella parte in cui prevede la pena detentiva in aggiunta a quella pecuniaria, scegliendo la via fisiologica di un Paese occidentale, quella della legalità, piuttosto che invocare interventi del Presidente della Repubblica o di chicchessia, o altri meccanismi per risolvere questa questione particolare, piuttosto che la Questione in generale, dei reati d’opinione a mezzo stampa.

Se si ritiene che l'attuale legislazione sia lesiva di alcuni diritti, si proceda con il modificarla. Torniamo alla legge, così da garantire i diritti di tutti. Non è solo al direttore Sallusti che va evitata la galera. Non sono solo le sue idee che vanno tutelate.



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