L'Italia capovolta

2 Ottobre Ott 2012 1843 02 ottobre 2012

Un parlamentare pregiudicato lavora meglio

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Lo scenario è raccapricciante e imbarazzanti  sono i commenti dei deputati e senatori. La portata del fenomeno è molto ampia e riflettendo sulla situazione viene un sospetto: candidare (in liste bloccate) pregiudicati e inquisiti corrisponde ad un disegno ben preciso.

Andiamo con ordine.

Il meccanismo delle liste bloccate da grande potere ai segretari di partito e conseguentemente dominio sulla maggioranza al segretario di partito che diviene Presidente del Consiglio. La Costituzione disegna un preciso rapporto tra Governo e Parlamento: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale (…)” – art 94 Cost. – Il sistema delle liste bloccate, di un Parlamento di nominati, altera questo meccanismo e capovolge il rapporto di forza: i Parlamentari devono la loro elezione al segretario di partito che li ha inseriti in lista e se parlamentari di maggioranza, al segretario di partito diventato ministro, capo del governo, ecc. Il loro futuro politico è definito dall’umore e dalla benevolenza del segretario, che dovrà valutare prima della successiva tornata elettorale, quali nomi inserire in lista. Da ciò consegue una sudditanza psicologia del parlamentare, che a seconda dei casi sarà più o meno vittima della sindrome del tram: non disturbare il manovratore. Il filo rosso che lega parlamentare, segretario di partito, lista bloccata e rielezione è facilmente intuibile, ecco perché in tali condizioni il deputato sarà più disponibile a eseguire ciò che gli è richiesto: il capo del governo del momento, segretario del suo partito, non chiederà la fiducia al parlamento, ma la imporrà, forte della sua posizione di dominus del processo di selezione dei nominati delle liste elettorali. E qui il secondo punto: la sudditanza del parlamentare sarà tanto più profonda quando la rielezione servirà ad arginare l’azione della magistratura e quanto più la condizione nei confronti della giustizia sarà complicata: ecco perché un pregiudicato è meglio di un incensurato; garantisce maggiore fedeltà ed obbedienza a ciò che il partito chiede. La volontà di essere rieletto (rectius, di essere inserito in una lista bloccata, meglio ancora nelle posizioni di vertice che garantiscono la rielezione) che già basterebbe a non formulare mai obiezioni, ad obbedire a ciò che il partito, il segretario, il capo richiede, è rafforzata (blindata) dall’essere stati rinviati a giudizio o dall’essere pregiudicati. La sudditanza psicologica aumenta quanto più si è ricattabili;  lo spettro della non rielezione spaventa chi ha processi pendenti e che per questo non vuole perdere la sua posizione. Le ragioni sono semplici:

1-      essere parlamentare vuol dire godere delle guarentigie che lo status di parlamentare prevede: tutele saggiamente introdotte per tutelare la libertà di espressione dei deputati e dei senatori e per attuare la divisione tra i poteri dello Stato, al fine di evitare sconfinamenti arbitrari della magistratura. Lo strumento è stato completamente snaturato, divenendo il modo per arginare le fisiologiche attività della magistratura.

2-      Il seggio parlamentare è una cassa di risonanza, un podio dal quale il parlamentare può affermare e urlare la sua innocenza, nei salotti della tv, nelle interviste, sbandierando le solite accuse contro la magistratura, denunciando la persecuzione politica della quale si ritiene vittima, difendosi dal processo e non nel processo - come i comuni mortali - affrontando la propria battaglia con l’appoggio dei colleghi previdenti, memori del principio oggi a te domani a me, spinti ad una difesa corporativa, a prescindere.

Candidare rinviati a giudizio o peggio condannati corrisponde, quindi , ad un preciso programma politico; i problemi con la giustizia sono un requisito fondamentale per essere scelti e identificati come futuri deputati fedeli e obbedienti; meccanismo rafforzato dalle liste bloccate, che blindano questo processo. Si dice la magistratura deve fare il suo corso, è ingiusto, quindi, allontanare rinviati a giudizio o condannati solo in primo grado; ma questo è un discorso che non sta in piedi. Basterebbe la considerazione che per l’accesso ai ruoli di qualunque amministrazione dello Stato si subisce uno screening della propria situazione giudiziaria, attuale, passato, personale e familiare piuttosto invadente: costituisce requisito fondamentale e insuperabile il non essere stati raggiunti da condanne; paradossale, allora, che per accedere al più alto ruolo pubblico questo requisito venga meno: Il paradosso di requisiti d’accesso a cariche e funzioni pubbliche la cui severità è inversamente proporzionale all’importanza e responsabilità del ruolo ricoperto. Un'offesa all'intelligenza.

Il secondo punto è che esiste una responsabilità politica che è differente da quella penale: un politico non può affrontare un procedimento mantenendo la carica, perché in questo modo coinvolge anche l’istituzione che occupa pro tempore; i processi vanno affrontati come privati cittadini, perché gli uomini passano e le istituzioni restano e la loro credibilità e onorabilità sono un valore che supera i tempi e le persone. Il Dottor Piercamillo Davigo, a tal proposito, riporta sempre un esempio che mi pare calzante: la giustizia è certamente una virtù cardinale ma lo è anche la prudenza; non possiamo lasciar fare le leggi a chi è sospettato di averle violate; non possiamo lasciare al vertice della P.A. rinviati a giudizio per reati contro la P.A. Se il nostro vicino di casa è rinviato a giudizio perchè sospettato di essere un pedofilo, non gli lasciamo accompagnare a scuola nostro figlio: il processo accerterà le sue responsabilità penali ma nel frattempo la prudenza ci imporrà delle accortezze, ci imporrà di non affidargli qualcosa di prezioso (com'è, mutatis mutandis, la cosa pubblica).

La prudenza che chiediamo ai partiti politici non implica l'abbandono dei principi di civiltà giuridica, che prevedono la presunzione d’innocenza (sacrosanta!) fino all'ultimo grado di giudizio ma è semplicemente l’affermazione di un’altra virtù, la prudenza, appunto: il politico che si è defilato per affrontare, da privato cittadino, le sue questioni giudiziarie, potrà tornare in seguito alla vita politica serenamente e con tutti gli onori e riconoscimenti che gli saranno concessi (dovuti) perché in lui si riconoscerà l’integrità di chi ha saputo scindere la responsabilità politica - alla quale deve rispondere per definizione, perché politico - da quella penale. Si parla spesso di garantismo, ma preservare i valori del garantismo significa scindere la responsabilità politica da quella giudiziaria.

I partiti per fermare l’ondata di scetticismo dei cittadini devono attivarsi per guadagnare la rispettabilità che rivendicano, per essere onesti e sembrare onesti, altrimenti non solo sono i fautori, ma anche i massimi esponenti (ed esperti) dell’antipolitica.







L'equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: "Quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto". E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: "Beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest'uomo è mafioso". Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza, si è detto: "Ah, questo tizio non è stato mai condannato, quindi è un uomo onesto". Ma dimmi un poco: ma tu non ne conosci gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre, soprattutto i partiti politici, a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati".

Paolo Borsellino - lezione del 26 gennaio 1989 all'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa.





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