L'Italia capovolta

15 Ottobre Ott 2012 0856 15 ottobre 2012

Lega Nord al tempo di Formigoni: tre domande

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La Lega, giorno dopo giorno, tradisce le promesse fatte. L’avvento di Maroni, che resistendo all’ostilità del fu cerchio magico è riuscito a prendersi il partito, pareva dovesse cambiare lo stile del movimento. La ramazza verde che doveva servire a fare pulizia, sembra già essere stata riposta.

Giorni fa un Matteo Salvini furioso, ruggiva come un leone alle notizie dell’ennesimo avviso di garanzia di un componente della Giunta regionale lombarda. Fuoco e fiamme, la Lega dei bei tempi, quelli in cui ce l'avevano duro, faceva sentire la sua voce contro il malaffare politico.

Poche ore e tutto è rientrato. Formigoni non solo non si è dimesso ma pare non avere nessuna intenzione di farlo nei tempi e con i modi indicati dalla Lega. Ragionando su questa vicenda, le domande nascono spontanee.

Perché la questione è stata gestita da Roma e non a Milano? Le sorti del governo lombardo, della “patria della Lega”, sono decise nelle stanze romane (e ladrone) dai vertici del partito; in prima linea Alfano e Maroni.  Il partito che del federalismo ha fatto la sua bandiera, il movimento del “padroni a casa nostra”, che sventola le bandiere con il sole delle alpi, decide la sua linea politica nelle stanze della città simbolo del centralismo?  Il motto “prima il nord” può attendere: evidentemente nelle valutazioni del caso sono venuti prima gli interessi politici, coerentemente alla logica di Roma ladrona, che tanto piace ai leghisti.

La lega scopre oggi l’Ndrangheta? Ricordiamo tutti Maroni, all’epoca Ministro dell’Interno, indignarsi per le parole di Roberto Saviano, che nel corso di una trasmissione televisiva aveva spiegato nel dettaglio alcune dinamiche criminali in Lombardia. Lo scrittore parlava alla luce dei dati emersi dalle tante inchieste delle procure lombarde; non esprimeva, quindi, un’opinione personale ma fotografava la situazione. L’indignazione leghista fu acutissima e non solo: Il GIORNALE lanciò contro lo scrittore una campagna di stampa piuttosto aggressiva. Maroni chiederà, adesso, scusa a Saviano? Chiederà di intervenire nuovamente in trasmissione per ammettere che il suo intervento fu solo una strumentalizzazione a fini politici?

Parleranno, adesso, di federalismo? Il cavallo di battaglia della Lega è diventato un argomento tabù: il recente emergere del malaffare in molte regioni italiane ha creato nell’opinione pubblica una certa diffidenza nei confronti di chi auspica maggiori poteri della periferia rispetto al governo centrale. Il federalismo (rectius, il regionalismo) all’italiana ha solo creato ulteriori centri di potere (e di spesa) e quindi ulteriori occasioni di malgoverno e corruzione. Presidenti di Giunte regionali che, in preda a deliri di onnipotenza, si sono assegnati di propria iniziativa l’appellativo di Governatore, in modo del tutto ingiustificato (non esiste una previsione normativa che prevede questa dicitura per la carica in questione); Consiglieri regionali (piccoli parlamentari crescono) che atteggiandosi a parlamentari, ricevono indennità stellari, in taluni casi più sostanziose di quelle dei deputati e senatori.

Attendiamo risposte (o già le conosciamo?)



La prima pagina de IL GIORNALE  - 18 novembre: 2010:

http://www.repubblica.it/politica/2012/10/10/foto/quando_il_giornale_attacc_saviano_sulla_n_drangheta_al_nord-44242897/1/?ref=FRAG-3



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